Anno della Fede/4: La fede nuda inchiodata alla croce

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«La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). Questa affermazione vale non solo riguardo le cose materiali, ma anche, e forse più, per le realtà spirituali. La fede tocca il suo apice nell’ora della sofferenza che diventa lacerante quando fa udire solo il silenzio di Dio. Gesù, che è autore e compitore della fede, ha sperimentato questo silenzio, quando nel buio che avvolgeva la terra, ed anche la sua stessa anima, gridò: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Allora egli, come rivelò alla mistica Giuliana di Norwick, «vide e soffrì in sé, per simpatia ed amore, il dolore, la desolazione e l’angoscia di ogni uomo». E quando concesse a Giuliana di sperimentare una goccia della sua derilezione, ella sentì che «fui abbandonata a me stessa…al punto che non sopportavo di vivere. Non avevo nessun conforto al mio stato d’animo se non la fede…e questa possedevo come verità, ma era scarsissimamente presente al sentimento».

Questa esperienza dell’abbandono, l’esperienza del nulla e del vuoto, e dunque la non-esperienza, è l’apice necessario della fede «prova di ciò che non si vede». Una fede matura crede solo sulla parola ricevuta, si affida, come il Crocifisso, al Dio che abbandona. In queste tenebre meridiane non vede più nulla, non sperimenta più nulla, vive «come se Dio non fosse». Lì, tolto ogni dono di Dio, ed anche i segni della sua stessa presenza, non rimane che Dio solo, nudo davanti alla sua creatura nuda. E questa nudità prepara, come ben sanno i mistici, l’abbraccio dell’amore sponsale. La fede nuda coincide con il puro amore, solo capace di abbracciare castissimamente lo Sposo che sempre si dilegua. Per questo l’errore più grande è ritenere la fede un sentimento e perciò assoggettarla alla mutevolezza del sentire; se così fosse non sarebbe “prova di ciò che non si vede”. Se la fede è appoggiarsi alla roccia salda, la saldezza non va cercata nel soggetto che crede, che è mutevole per il limite creaturale, ma in Dio che non muta. Ed egli ha mostrato la sua immutabilità d’amore proprio lasciandosi inchiodare al legno della nostra croce, facendo delle sue piaghe gli ancoraggi più saldi della fede che sa rimanere nuda aggrappata alla croce del suo Signore.

Don Marco Renda per Condividere

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