Nella mente di Dio, da sempre, in quell’eternità la cui categoria ci è difficile da cogliere e comprendere, ma che, in virtù dell’incarnazione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, fa parte di noi, trovano il loro incipit la vocazione e l’elezione di ciascuno di noi. Ingenuamente mi chiedo se mentre il grande Agostino scriveva le sue Confessioni, Dio Padre già presagiva l’inestimabile dono che quell’uomo di Dio stava facendo anche a me; invero fui avvolta dalla gioia e rimasi attonita e colma di stupore quando i miei occhi, per grazia di Dio, cominciarono a scorrere veloci tra quelle mirabili pagine. «Sei grande, Signore, e meriti ogni lode… E vuol celebrare le tue lodi quella piccola parte della tua creazione che è l’uomo… Sei tu che susciti in lui questo desiderio, perché tu ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te» (Confessioni 1,1,1). Attonita, perché leggevo ciò che sperimentavo io stessa, pur se incapace ad esprimerlo, felice, perché già da un po’ di tempo la grazia del Signore mi circuiva, rendendomi dolce e soave tutto ciò che riguardava Lui e tutto ciò che di Lui parlava. Erano passati 20 anni da quando appena nata, nostro Signore, con mano sapiente impercettibile e invisibile, cominciò a scrivere la mia storia, stilando con un fare ancora più dolce e tenero nelle pagine imbrattate dal mio peccato.

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Suor Maria (Giovanna Inzirillo) e suor Maria Gioia (Oriana Giliberti).

Tra le mura serene del mio focolare domestico a Gibellina ho vissuto i deliziosi anni della mia infanzia circondata dall’affetto dei miei familiari. Mi inserii tranquillamente nella loro consuetudine di andare a messa la domenica, pensando che fosse un dovere da compiere, per rabbonire, in certo qual modo, quel Dio impersonale, invisibile, burbero e lontano, quale me lo immaginavo. Ma in una di queste ore monotone e sempre uguali, compresi che, anche se tra quelle fredde mura non ci fosse stata nessun’altra persona accanto a me, ugualmente non sarei stata sola: ero alla presenza di un Signore che mi interpellava e voleva interagire con me, un Signore buono che aveva tutt’altra voglia che starmi a rinfacciare le mie piccole o grandi marachelle, un Signore di cui allora già conoscevo e amavo soltanto la sua Madre Poverella, la Vergine Maria.

Dopo quel primo personale incontro con Lui, seguirono tante impersonali e distratte messe, comunioni, nonché l’adolescenza con i primi innamoramenti, le spensierate amicizie, i primi piccoli guai per taglie troppo grandi e vestiti troppo stretti, la tanto amata pallavolo, un bel po’ di studio e il grande sogno di indossare un camice bianco. E quando già avevo cominciato a scrivere a chiare lettere sulla mia vita, alla fine del primo anno di università, soddisfatta eppure ancora inquieta, mi recai ad Assisi con una mia collega e qui il Signore mi attendeva, qui «mi sedusse e io mi sono lasciata sedurre; mi ha fatto violenza e ha prevalso» (cfr. Ger 20,7). In questo luogo santo il nome di Gesù risuonò in me in tutta la sua maestà e grandezza; compresi che quel Nome era tutta la mia gioia; quel Nome dinanzi al quale «ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclama: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,10-11). Avevo fino ad allora pensato e sentito dire che la religione cristiana fosse una sorta di morale, dominata da tanti no: non fare questo, né quello, non litigare, non fornicare, non… non… Non era così! Se esiste un sì su questa terra è il Sì pronunciato da Dio Padre all’uomo, è il sì del Signore Gesù Cristo, l’Amen, il Fedele che non si tiene lontano dai nostri no: tutt’altro, è venuto perché questi no liberamente si trasformino in un sì che ci doni la vera libertà e la vera gioia. Compresi che questo Signore, questa Persona, questo Uomo, mi amava da sempre e la sua grazia mi avvolgeva conducendomi e pungolandomi a mia insaputa; non era un Dio lontano da rispettare, ma un Signore da cui lasciarsi amare.

Da quel momento una gioia straripante e sconvolgente, mi condusse a cercare, andare, capire: non mi bastavano catechesi, momenti di preghiera, incontri, tanta era la sete del Signore Gesù Cristo. Tutto ciò che a Lui si riferiva mi sembrava sempre poco: bello, ma poco. Divorai i Vangeli e le lettere di san Paolo con ardore e mi meravigliavo per tanta bellezza e per questa Presenza che mi coccolava. Mi riconoscevo nell’amore per Gesù del padre san Francesco che «Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra» [FF 522; 1Cel,115]. E ad Assisi tornai tre volte, assetata e sempre più innamorata. Quando conobbi le sorelle del mio monastero trovai pace: queste si dedicavano a Colui che si era presentato a me come il tutto della mia vita. E così, «in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo» [2Test 3; FF 110]. Io non so cosa il Signore continuerà a farne di questa piccola creatura quale sono, ma so che Egli scrive ancora tra le pagine della mia vita: questo Dio-Trinità, misericordia infinita, si svela a noi a poco a poco, e quanto più cresce la nostra fede-fiducia in Lui, tanto più assaporiamo briciole del suo mistero, che bastano, però, per riempire l’esistenza e donarle gioia e dolcezza.

Sr. Maria Gioia della Santa Trinità (Monastero Santa Maria degli Angeli, Castelbuono) per Condividere

 

 

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