DON LEO DI SIMONE “Liturgia medievale per la Chiesa post-moderna?”

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copertina_donleoDON LEO DI SIMONE
Liturgia medievale per la Chiesa post-moderna?
(edizione Feeria) | 2013 | pp. 420 | € 25

Il volume di Leo Di Simone costituisce un prezioso contributo per la comprensione del senso profondo della riforma liturgica stigmatizzata dal Vaticano II. I più rilevanti pregi riguardano la novità dello stile, l’incisività della scelta metodologica, l’originalità del contenuto. Il linguaggio del libro, circostanziato e accattivante, è volutamente narrativo, a vantaggio della conoscenza della storia dei Padri, chiave ermeneutica per la comprensione dell’oggi. “Troppo grande è il disorientamento nella Chiesa – vi si legge – anche a causa dell’ignoranza della sua storia da parte dei cristiani” (p. 29). La metodologia narratologica non trascura però, nel volume, il metodo storico-critico, che consente una duplice lettura del Concilio Vaticano II, sia oggetto che soggetto di una corretta ermeneutica, bisognoso di interpretazione e, a un tempo, chiave interpretativa della Tradizione ecclesiale, dal Concilio di Nicea al Vaticano I.

Nel libro si snoda un percorso storico-antropologico, opportunamente collocato nel variegato milieu sociale e culturale, nel quale la vicenda liturgica si connota di una molteplicità di caratteri e sfaccettature. Decontestualizzare il rito significa irrigidirlo in mortificanti categorie astoriche, collocarlo in ammuffite prigioni e, peggio, falsificarne il significato salvifico. Si comprende in tal modo la legittima polemica dell’autore nei confronti di chi nostalgicamente si ostini ad assolutizzare il rito tridentino, carico di orpelli barocchi e ingabbiato in formule dogmatiche e intellettualistiche. Il volume dimostra, al contrario, come il vero “rito antico” sia quello di Paolo VI, come appare da una corretta ermeneutica dei documenti liturgici prodotti lungo il Medioevo. La liturgia non si colora di un’impostazione canonista o rubricista, ma si fonda su basi squisitamente teologiche, come recita l’assioma lex orandi lex credendi. Ma occorre precisare che la relazione tra dogma e celebrazione liturgica non va intesa secondo la definizione della “Mediator Dei” di Pio XII, lex credendi statuat supplicandi, bensì secondo la più antica espressione di Prospero d’Aquitania, ossia ut legem credendi statuat lex supplicandi.

La Costituzione “Sacrosantum Concilium” mostra tutta la propria ricchezza se collocata nel più ampio quadro dell’ecclesiologia conciliare, come, d’altra parte, accade per il Movimento liturgico, che opera una riforma sostanzialmente ecclesiologica. Non dunque culto a Dio, in una Chiesa autoreferenziale, bensì rendimento di grazie di una Chiesa, soggetto celebrante nella sua totalità, nell’economia dell’incarnazione, e kairós in ogni spazio del chrónos dove abita il vissuto comunitario. La liturgia tridentina lasciava trasparire una chiara antinomia tra la vita di fede e la vita concreta, spingendo verso la fuga mundi; la liturgia conciliare invece si pone come azione contemplativa immersa nel divenire della storia. È necessario allora operare una distinzione fra tradizionalismo e Tradizione: il primo conduce a una concezione statica della celebrazione, la seconda alla parádosis vivente del Vangelo, ricevuto e ascoltato secondo le categorie dell’epoca in cui risuona. Oggi come ieri, osserva Di Simone, citando implicitamente 1Cor 1,22, molti cercano miracoli e molti altri chiedono la sapienza: gli uni si rifugiano in elucubrazioni intellettuali, gli altri in un cristianesimo consolatorio. “Noi – aggiunge Paolo in 1 Cor 1,23 –annunciamo Cristo crocifisso […] sapienza di Dio e potenza di Dio”. La liturgia è dunque celebrazione della Pasqua e il vero culto a Dio è l’amore per l’uomo.

Erina Ferlito

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