Grani di Vangelo/14

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A un primo sguardo sembra che in Gal 5,19- 22 si snodi un semplice e arruffato elenco delle opere della carne e del frutto dello Spirito, e per giunta di sapore sostanzialmente moralistico. Paolo invece costruisce il testo con grande maestria e avveduta oculatezza. I desideri della carne (cfr vv. 19-21a) recano al centro il termine chiave “idolatria”, che genera ogni sorta di tradimento, non solo nei confronti di Dio, ma pure del prossimo e perfino di se stessi. L’idolatria ripone cieca fiducia in chiunque o qualunque cosa possa risolvere i nostri piccoli e grandi problemi; è quel «vitello di metallo fuso», che il popolo dell’Esodo costruisce per esserne guidato, cui si prostra e al quale attribuisce il merito di averlo fatto uscire dal paese d’Egitto (cfr Es 32,1-8). L’idolatria è la ricerca della via più facile: la magia, i miracolismi, le presunte apparizioni di esseri celesti. È “chiedere la grazia” che ci serve, rinnegando quel «sia fatta la tua volontà»(Mt 6,10b) del Padre Nostro o l’«avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38b) di Maria.

È dunque capovolgere e rinnegare il Vangelo: crearsi un dio a propria immagine e somiglianza e non vivere la fedeltà dell’essere creati da Dio a sua immagine e somiglianza. Il frutto dello Spirito è invece l’agápe, l’amore, che si traduce in gioia e pace; genera apertura di cuore e relazioni profonde; recupera il vero volto dell’uomo, nel quale si intravedono tracce del volto di Dio. Il Signore ha perdonato il popolo dell’Esodo e ha rinnovato con lui l’alleanza (cfr Es 34,5- 29). Così l’Apostolo non condanna né demonizza nessuno. Ogni credente è sollecitato a una continua metánoia, a quel cambiamento di mente e di cuore nel quale consiste la conversione e che bandisce ogni moralismo: «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce» (Ef 5,8). Discepoli del Cristo, a tale cammino, se pur lungo e faticoso, siamo chiamati.

Erina Ferlito per Condividere

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