[IL REPORTAGE] Dalle botti all’altare. Rosso, bianco o secco: così nasce il vino da messa, da Marsala nel mondo

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La regola è scritta tutta nel paragrafo 3 del canone 924 che recita così: Vinum debet esse naturale de genimine vitis et non corruptum, ovvero il vino deve essere naturale, frutto della vite e non alterato. In principio – e sino al 1880 – fu solo rosso perché meglio rappresentava il «Sangue di Cristo». Poi, per evitare macchie ai paramenti sacri, è stato ammesso (e in buona parte lo ha sostituito) quello bianco. Negli ultimi anni si è iniziato a produrre anche quello secco, poco zuccherato e indicato per chi soffre di diabete. Benvenuti nel mondo del vino da messa, utilizzato nella liturgia eucaristica in memoria di quello che accadde duemila anni fa. Quella piccola quantità di vino naturale non può mancare, né essere sostituito da altri distillati di prodotti affini. Ma dove e come nasce questo vino che ogni giorno si consuma nella celebrazione della messa in tutto il mondo?

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Le cantine storiche di Marsala rappresentano in Italia il polo di maggiore produzione: il vino da messa da qui raggiunge il Vaticano, attraversa gli oceani, il Mediterraneo e arriva anche nelle piccole chiese cattoliche in Africa. Un secondo polo “storico” di produzione è in Piemonte, dove vigneti e cantine, in origine, venivano principalmente gestiti da ordini religiosi. A questi, nei decenni, si sono aggiunti i produttori laici. Come quelli marsalesi dove il vino nasce sotto il rigido controllo della Curia di Mazara del Vallo. Nelle terre conosciute per il Marsala dei Withaker il vino da messa ha una tradizione affidata ad una quindicina di famiglie di vinaioli. Come Giuseppe e Florio Martinez, ex allievi salesiani e da più di cinquant’anni produttori di vino da messa. In Umbria lo producono i monaci; in Sardegna, a Villa Muscas, le Suore del vino della compagnia delle Figlie del Sacro Cuore Evaristiane dal 1939 producono vino per la messa; in Piemonte la fanno da padroni il Moscato d’Asti, la Malvasia rossa di Schierano e il Moscato liquoroso (tra i produttori più noti le suore dell’Istituto delle Figlie di San Giuseppe, che operano da più di novant’anni nel loro convento a Santo Stefano Belbo, nel cuore delle Langhe).

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In Sicilia il vino da messa nasce da uve Catarratto e Insolia, dando densità ed elevata gradazione, che richiama l’immagine dei vini che pare – ai tempi di Gesù – fossero particolarmente possenti. «Qui lavoriamo il mosto meno possibile – spiega l’enologo Domenico Trapani – vengono selezionate le uve che ne garantiscono una elevata gradazione alcolica per assicurarne una buona stabilità nel tempo dopo l’apertura della bottiglia. L’unica aggiunta permessa, verso la fine della fermentazione alcolica, è l’alcol di vino, allo scopo di aumentare la conservabilità del prodotto. Il vino così ottenuto non può comunque superare i 18 gradi alcolici, ma può essere illimpidito, purché non restino tracce dei chiarificanti inseriti». Il rigido controllo della lavorazione e della qualità del prodotto è affidato all’Ufficio liturgico della Diocesi.

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L’apertura e la chiusura con piombo, ceralacca e timbro a secco delle cisterne avviene solo ed esclusivamente alla presenza del direttore don Giuseppe Titone. A dare l’ok per la certificazione è, invece, il laboratorio dell’Istituto regionale vite e vino di Marsala, dove arriva uno dei due campioni sigillati (l’altro viene depositato presso la Curia): qui il vino passa al vaglio di venti analisi e, solo al termine, potrà finire nelle bottiglie per la vendita. Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza: per la pienezza di questo valore, il vino può arrivare all’altare solo dopo essere stato sottoposto a questi procedimenti accurati e controllati rigidamente dalla vinificazione all’imbottigliamento.

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Dal nostro inviato a Marsala
Max Firreri per Condividere

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