[IL REPORTAGE] La missione in Guatemala di padre Enzo Amato: «Così ho condiviso la vita di quel popolo»

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Dio mi ha concesso di celebrare la Settimana santa con il popolo Maya nella comunità cristiana di Chactè, nella Missione di San Luis nel Petèn (Guatemala), una parrocchia affidata ai Missionari Comboniani; un territorio vastissimo, si parla di centinaia e centinaia di chilometri, con un gran numero di villaggi e comunità, con una popolazione tra 80 e 90 mila abitanti, quasi una diocesi in Italia, con tre lingue (Spagnolo, e due lingue maya, Q’eqchì e il Mopàn), con due sacerdoti e un fratello laico, ad alcune ore della frontiera con il Belize e qualcuna in più con il Messico.

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Ho chiesto di andare a passare la Settimana santa in questa lontana provincia (8 ore di autobus dalla Capitale) perché c’è il mio grande amico e fratello Padre Fernando, sia per rivederlo che per condividere con lui la Settimana santa; la cosa più grande è stata che man mano passavano le ore gli amici e i fratelli e sorelle aumentavano, fino a formare una vera e grande famiglia comunità cristiana dove mi trovavo. Nel mio cuore conservo tante, tante emozioni, sentimenti ma soprattutto sensazioni, non importava se non conoscevo bene la lingua maya, ci si capiva dal primo momento con gli occhi, con lo sguardo, con il sorriso, un linguaggio nuovo, il linguaggio del cuore. Tante cose vorrei scrivere, ma soprattutto da elaborare dentro di me, perché possano essere un nuovo stile di vita; non finisco mai di ringraziare e benedire il Signore per questa profonda e ricca esperienza di umanità e di Pasqua.

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Padre Enzo Amato è il terzo da sinistra.

 

Ho condiviso questa esperienza di Settimana santa con due suore, Margherita di Santo Domingo e Yamelet del Cile, tre discepoli, che hanno partecipato al cammino della comunità cristiana de Chactè, circa 620 famiglie, famiglie molto numerose, non è difficile trovare famiglie di 10 e anche 12 figli, una comunità che è cresciuta nella via principale che porta a Tikal, uno dei posti più turistici Maya, a pochi passi della strada trovi sentieri di pietra o di terra battuta con la maggior parte delle case di legno, tetto di foglie di palma e il pavimento in terra battuta, una o due stanze al massimo, ma sempre pulite e accoglienti, dove l’ospite è una persona gradita e accolta con generosità, tutto quello che hanno è tuo, eravamo ospitati in due case differenti; è vero non c’era acqua potabile, non c’era una doccia con acqua calda, ma c’era tanto tanto amore, la sera andavi a letto con il cuore pieno, dormivi tranquillo dopo un giorno trascorso con la gente semplice e umile. Un luogo ancora circondato di foreste, anche se molti alberi sono stati tagliati, clima caldo tropicale, ma con gente con grande spessore umano ed evangelico.

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Al primo impatto, gente gioviale, giovane, allegra, gente semplice e umile, contadini; molti migrati agli Stati Uniti, questa è una triste realtà, gente che muore per i famosi viaggi della fortuna; quello che per noi è una realtà che ci affligge da qualche anno, qui lo è da tantissimi anni; non è raro poter incontrare mamme, spose e figli che non vedono il loro figlio, il loro marito, il loro papà da molti anni, famiglie divise da questo fenomeno inumano; tutti coloro che si avventurano sono quasi sempre illegali negli Stati Uniti, per cui non possono ritornare, alcuni vanno a finire nelle carceri, la legge è micidiale nel Nord America, abbiamo conosciuto tante tante situazioni tristi, drammi umani, di cui poco se ne parla, una donna che si avvicina piangendo il venerdì santo e mi dice “preghi per mia sorella”, è morta un anno fa nelle carceri degli Stati Uniti a 24 anni; cosa dire di fronte a tanta ingiustizia compiuta da un paese sviluppato detto primo mondo? La migrazione dei paesi latino americani, e oggi dei nostri fratelli che arrivano nelle coste siciliane, non può lasciarci inermi, non possiamo stare a guardare, è una situazione che grida giustizia alle nostre orecchie e dobbiamo ascoltarli e accoglierli, sono nostri fratelli e sorelle.

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Ritorniamo a Chactè, il sistema sanitario è insufficiente e scarso, per cui una semplice malattia è causa di morte, le medicine sono care e incontrare un medico o una buona clinica non è facile e costa parecchio; abbiamo visitato alcuni ammalati e sono sempre i più poveri che soffrono, sono completamente abbandonati alla famiglia e alla volontà di Dio, se sopravvivono è per pura Fede. Il sistema educativo è carente e non permette che molti ragazzi e giovani riescano a continuare gli studi di scuola superiore e anche le medie, per cui alcuni ragazzi da 8 a 14 anni già lavorano la terra. La maggior parte sono contadini, soprattutto coltivano mais e fagioli; buona parte dei contadini affitta la terra per le proprie coltivazioni; inoltre, molti impiegati nelle aziende di allevamento del bestiame (vacche), sono sfruttati da grossi proprietari che hanno distrutto la foresta e occupato grande quantità di terra e pagati molto poco, (5 euro al giorno); siamo andati a visitare il villaggio di San Pedro, dove un signore ricco aveva comprato anche le case dei poveri contadini con loro dentro e oggi non possiedono nemmeno la casa dove si trovano, sono costretti a lavorare dal proprietario del terreno, con il prezzo che lui impone, cosa da brividi, triste realtà. Le case nella loro maggioranza, se non hanno qualche parente negli Stai Uniti, sono di legno e il pavimento di terra e il tetto di foglie di palma, l’acqua non potabile arriva solo in poche zone e nei villaggi piccoli nemmeno hanno la luce elettrica.

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Padre Enzo Amato.

Essere missionari in questa terra significa condividere la loro vita, vivere in mezzo alla gente e essere aperti ad accogliere qualsiasi situazione umana si presenti; essere pastori significa essere solidali e vicini alle persone che soffrono, avere l’odore del gregge; il pastore è chiamato anche a denunciare l’ingiustizia di un sistema che rende più poveri i poveri; per meglio dire, impoverisce i più deboli e umili; il pastore non può stare a guardare, deve rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani. Questa esperienza è stata una vera scuola di umanità, di vita comunitaria, di fede, di vita ecclesiale e cristiana, in un impegno concreto e serio per un cammino di vera liberazione. Per me Pasqua quest’anno ha avuto un significato particolare, direi un profumo particolare, ho visto e percepito un vero miracolo, non una visione della Madonna o del Signore, ma un Dio che agisce nella storia di un popolo concreto, il popolo Maya; ho visto un Gesù Risorto nei poveri, nei contadini, negli indigeni, nelle donne, nei migranti, nei indifesi, negli ultimi; un Gesù vivo che attua oggi nella rivendicazione dei diritti umani, nella lotta per i bisogni essenziali e primari di ogni uomo e donna, in una comunità cristiana che fa della preghiera e della contemplazione non una alienante dimensione di questa vita, ma un impegno concreto per costruire il Regno di Dio qui ed ora. Qui si prega veramente! Un popolo in resistenza, un popolo che malgrado tutto quello che ha sofferto dagli inizi della conquista fino ad oggi, derubato e assaltato continuamente, resiste e lotta per la propria identità, cultura, dignità e la propria religiosità.

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Le celebrazioni di questi giorni santi, sono state delle vere e proprie celebrazioni esistenziali, si celebra la vita, tutta la comunità, una comunità ministeriale, una comunità che è servizio, il sacerdote è collaborato da una moltitudine di servitori: anziani, maiordomos, accoliti, lettori, catechisti, cori, animatori liturgici, giovani, gruppo di danza … chi presiede è una comunità viva coordinata e animata dal Sacerdote (nelle comunità dove c’è) o dagli anziani; mi è sembrato essere in un concerto dove tutti fanno parte del coro con una sinfonia bellissima; forse non c’è il nostro perfezionismo e la nostra formalità, lo spazio e i nostri abiti liturgici molti fini, la nostra dottrina e la nostra teologia intellettuale, ma c’è gioia, c’è comunione, c’è vangelo, c’è Dio, c’è teologia esistenziale e biblica. La via crucis del venerdì santo e le processione con tutte le loro tradizioni sono state un vero venerdì santo, abbiamo celebrato il venerdì santo della gente, degli migranti, degli ammalati, dei poveri, dei contadini, delle donne emarginate, dei giovani; un Cristo che oggi soffre nella gente umile e semplice. Il nostro impegno, oggi, non è solo partecipare alle popolate e bellissime processioni del venerdì santo ma a deporre i poveri di oggi dalla croce.

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Il Giovedì Santo una delle celebrazione più emozionanti, i miei occhi non finivano di lacrimare di gioia e di emozione; prima di lavare i piedi, ho chiesto pubblicamente perdono; è stato per me qualcosa di naturale, spontaneo, chiedere dal profondo del mio cuore perdono al popolo Maya, perdono a nome di noi europei per aver ucciso, massacrato, sterminato un popolo e una cultura, non solo ieri ma ancora oggi; non riuscivo più a parlare, un nodo si era formato nella mia gola nel momento in cui ho chiesto pubblicamente perdono a nome anche della chiesa. Ma Dio non sta a guardare, così come ha liberato il popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, continua a liberare i popoli Maya e dell’America Latina dalla schiavitù di oggi. Mi sentivo fortunato a lavare e baciare i piedi a questo popolo maya. Ma non solo, dopo ho voluto rinnovare le mie promesse sacerdotali, sono stati loro, anziani, catechisti, ministri dell’eucaristia, giovani ecc, a imporre su di me le loro mani e invocare su di me lo Spirito Santo pregando incessantemente in diverse lingue. Sentivo come la benedizione del Signore scendesse su di me per mezzo dei preferiti e scelti del Signore. Resurrezione è proprio spezzare le catene dello schiavo, del povero, del ferito, dell’emarginato, del contadino; ricordavo il vangelo della mia ordinazione sacerdotale “Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia, apertolo trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con le vostre orecchie”.» (Lc 4,16-21)

La morte di Gesù è la morte del popolo, la resurrezione di Gesù è la resurrezione del popolo. Oggi parliamo del Regno di Dio, ma non è fuori luogo chiedersi: cos’è? Credo di non sbagliarmi se lo identifico con il costruire oggi relazioni essenzialmente fraterne, democratiche, ecologiche e solidali, affinché le situazioni scandalose del mondo di oggi possano modificarsi, questo suppone far nostra la proposta di Gesù; condividere davvero tutto quello che abbiamo, tutto quello che siamo con le persone escluse dal sistema, impoverite, gli ultimi. Qui ho respirato un’aria nuova, pura, bella; qui il sangue si è rinnovato dentro di me; qui mi hanno insegnato la vera vita. Si può, se lo vogliamo, ritornare al progetto iniziale di Dio, qui sulla terra si può cominciare a costruire il paradiso. Nessuno ci dice come è risorto Gesù, ma tutti ci dicono come è possibile sperimentarlo resuscitato: vivendo come lui è vissuto e testimoniando agli altri questa nuova maniera di vivere.

dal Guatemala
Padre Enzo Amato

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