[IN CAMMINO CON LE FAMIGLIE/3] I coniugi e la famiglia sacramento dell’amore di Dio. Amare come Dio ama

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La legge fondamentale dell’amore è che da soli non ci si può amare. L’amore di Dio è un amore-relazione. Anche l’amore che avvolge la famiglia è un amore-relazione (è l’amore di una comunità di persone e di generazioni): proprio per questo i coniugi e la famiglia sono sacramento (segno) dell’amore di dio. «Quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del matrimonio, dio si rispecchia in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore» (papa Francesco).

«Voi, famiglie cristiane, costruite la vostra esistenza sul fondamento di quel sacramento che l’apostolo paolo chiama grande» (Giovanni Paolo II). Il mistero del matrimonio è l’amore di Dio che si rispecchia nella coppia. Con il sacramento l’amore umano viene consacrato (diventa proprietà esclusiva di dio), viene trasfigurato e diventa uguale all’amore di dio per la chiesa. Il sacramento è come una lampada che rimane sempre accesa. È come la punta di un iceberg: quello che c’è sotto (l’essenza del sacramento, cioè l’amore di dio) all’esterno si estrinseca in quell’amore-relazione, in quell’amore totale, che avvolge completamente la vita degli sposi e della famiglia. i coniugi sono sacramento.

Sono una relazione di amore umano che viene abitata, consacrata, dalla grazia dello Spirito Santo, per accogliere, incarnare, far propria, alimentare ed esprimere un volto particolare del mistero di Dio: che dio ama. ogni amore sponsale è un tabernacolo dentro il quale abita l’amore di dio. Per capire la grammatica dell’amore dobbiamo quindi guardare alla famiglia, nella sua condizione fondamentale, basilare, creata e benedetta da dio che è quella dell’unione sacramentale, interpersonale di un uomo e di una donna. Il sacramento del matrimonio esprime non solo che dio ama, ma esprime in modo concreto, umano, sperimentabile da tutti, come dio ama. Dio ama rispettando la diversità. Alla stessa maniera, l’uomo e la donna devono amarsi rispettando la reciproca diversità.

Se nel matrimonio accogliamo in maniera propositiva la nostra diversità riusciamo a trasfigurarla, in forza del sacramento, in complementarietà e, quindi, possiamo realizzare una profonda comunione. Se accogliamo questa profonda comunione, noi sposi diventiamo una cosa nuova, insieme. Se diventiamo una cosa nuova insieme, realizziamo un progetto di amore capace di chiamare altri all’amore che siamo e viviamo. Accogliere la diversità significa accogliere un progetto di vera comunione. Il problema vero delle nostre famiglie e, di riflesso, della nostra società, è che non sappiamo accoglierci nella diversità.

Claudia e Pietro Clemenzi

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