[IO PENSO CHE…/2] Borgia, Francesca Corrao, Marcella Pedroni, Bonafede e Raffaella Daino si raccontano….

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L’annuale celebrazione della donna, in un momento storico che soffre della pesante crisi sistemica del consorzio umano ci manifesta che, più che di una esaltante rievocazione  della definitiva completa emancipazione femminile, sarebbe necessaria una approfondita riflessione sul vivere comunitario che ci interpella nella liquida realtà esistenziale odierna se non planetaria almeno nel ristretto ambito mediterraneo sia meridionale che settentrionale. In un mondo, dove tutto il fondamento culturale sembra essere scompaginato e dove il passato sembra opprimere il nuovo nascente, è necessario  interrogarsi non tanto sulla consistenza della presenza femminile nella realtà pubblica, quanto piuttosto se nello spettro dei ruoli si sia conservato integro il suo primario “essere donna” e se il mondo abbia assunto una parte di connotati femminili, dismettendo una parte di quelli vetero-maschili. Per fare questo, certo, occorrerebbe un linguaggio, rinnovato dalle fondamenta, capace di saper ben esprimere la piattaforma su cui erigere “la nuova casa comune”, che sappia altresì esprimere la univocità binaria maschile – femminile di ispirazione umanistica, che non si stanchi di interrogarsi sul tesoro di conoscenze in aumento, che sappia affrontare con originalità le nuove situazioni nel tempo, che sappia, poi, configurare l’impegno al servizio della società, della famiglia umana con quello della famiglia particolare, della “piccola Chiesa”, nel comune  cammino verso quell’obiettivo trascendente che dà significato alla vita. In bilico tra le crescenti possibilità e le minacce che si presentano alla donna, la società dovrà essere consapevole degli ostacoli che impediscono alla vita umana di diventare sempre più umana e tendono ad allontanare dalla vita la vera dignità dell’essere umano.

Nicoletta Borgia.
Nicoletta Borgia.

L’impetuosa istanza paritaria, nello stesso tempo ha finito per destabilizzare consolidate visioni esistenziali ed ad ipotizzare nuovi paradigmi, generando un clima di perenne tensione tra le varie componenti culturali e frammentando la società in quasi inconciliabili orientamenti. Considerando poi lo stato delle cose in uno specifico contesto universitario pontificio si ha una percezione cosmopolita. In particolare il Pontificio Istituto Orientale, che accoglie studenti dei diversi riti cristiani orientali, è un notevole osservatorio di notizie non di seconda mano ma primizie dirette, raccolte dai propria familiari ed amici per mezzo di telefonini, skype, social… e ciò consente di saggiare senza aggiunte apologetiche il polso delle varie condizioni in cui si trova la donna. Qui le parole piene di mestizia e senza rancore ti raccontano delle vittime sacrificali immolate per disprezzo della fede e del loro martirio più barbaro e brutale ma, ad un tempo, ti fanno incontrare il vero, incondizionato abbandono in Cristo, che dovremmo anche noi poter esperire.

NICOLETTA BORGIA, responsabile Pubbliche Relazioni Pontificio Istituto Orientale

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La donna oggi ha raggiunto un livello di emancipazione generalizzata in ogni settore e in ogni strato sociale; per queste ragioni  non mi piace pensare ad una festa delle donne senza che ci sia una festa degli uomini. Parità è eguaglianza. La prova della parità tra uomo e donna la si può facilmente individuare  nella circostanza che oggi un numero sempre maggiore di  donne è autonomo, autosufficiente ed indipendente. Purtroppo, talvolta, le donne sol per essere libere incorrono in uomini disposti a tutto pur di prevalere, non con mezzi leciti e legittimi, ma con la forza e la violenza. Quando iniziai a fare l’avvocato presso uno studio di penalisti i miei colleghi mi dissero che da quel momento il mio essere donna non avrebbe dovuto in alcun modo influenzare la mia professione anzi, io come un uomo, avrei dovuto, con distacco e senza troppi coinvolgimenti personali, analizzare scrupolosamente ogni singolo procedimento. È questo che mi trovo a fare da ormai 13 anni. Io e altre donne come me che ogni giorno con passione, al pari dei nostri colleghi uomini, assistiamo soggetti indagati o imputati di reati talvolta anche gravi.

Antonina Bonafede.
Antonina Bonafede.

L’atteggiamento con cui cerco di svolgere la mia professione è quello che all’inizio della carriera mi consigliarono i miei colleghi: «non ti fare coinvolgere altrimenti perdi lucidità e imparzialità». Non è semplice! Talvolta quando mi scontro con realtà che coinvolgono minori, soggetti più deboli, più sfortunati, il coinvolgimento, come mamma, come donna  e prima ancora come essere umano, è  inevitabile. Mi sono trovata, per esempio,  ad assistere un giovane marito che veniva accusato di maltrattamenti dalla moglie. Storie che nessuno vorrebbe mai sentire. All’esito del processo che ha visto inevitabilmente coinvolti i figli minori, è emerso che la persona offesa, moglie dell’imputato, era violenta con i minori e si trincerava dietro l’accusa al marito per tutelare se stessa. Inevitabilmente sentire quei bambini vittime di gesti violenti mi ha turbata ma mi ha anche dato la forza di lottare insieme a loro per farli rimanere in un ambiente sereno e sicuro. Altre  volte, ancora, mi sono trovata ad assistere autori di reati spregevoli e l’ho fatto e continuo a farlo, pur consapevole delle loro responsabilità , perché tutti hanno diritto ad un processo giusto e ad una pena congrua. Allo stesso tempo, però, cerco di far capire ai miei assistiti, con piccoli gesti e sottovoce,  che delinquere non porta a nulla se non ad avere guai. Mai nella mia breve ma intensa esperienza professionale sono stata ostacolata, intimorita, sminuita perché donna. Solo quando indossavo la toga, portando in grembo le mie due figlie, ho avuto un minimo trattamento di riguardo.

ANTONINA BONAFEDE, avvocato


Sono passati tantissimi anni da quando sfilavo con le compagne di liceo per le vie di Roma chiedendo di poter essere libera di esprimere me stessa. Ci eravamo trasferiti con la famiglia e così mii ero ritrovata all’improvviso in mezzo ad un turbinio di idee nuove. A spiegarmi quanto avveniva nel mondo femminile furono due donne straordinarie: Carla Accardi, la famosa pittrice trapanese e l’amica Carla Lonzi, la scrittrice compagna di Pietro Consagra, lo scultore di Mazara del Vallo. Una piccola comunità di immigrati che faceva da ponte culturale tra il mio passato e il futuro che avrei dovuto affrontare. Avevo idee molto vaghe circa il mio futuro ma su di una cosa non avevo dubbi: volevo imparare le lingue e girare il mondo. In Sicilia – o meglio ad Alcamo da dove venivano i miei genitori – questi pensieri erano un po’ troppo all’avanguardia…eppure a sostenere e a finanziare la mia passione per le lingue fu lo zio prete, fratello di papà: lo zio Ciccetto voleva che mi attrezzassi per promuovere il dialogo tra i popoli. I miei genitori, assecondavano i miei sogni con affettuosa e generosa intelligenza. Voglio anche ricordare, non per nostalgia ma per affetto e riconoscenza, una grande donna di coraggio, Franca Viola. Anche lei, come le altre donne da me incontrate allora, per me ha rappresentato un modello di onestà e coerenza. Grazie a lei è stato possibile cambiare la legge sul delitto d’onore. Allora era solo una ragazza, forte dell’onestà dei suoi principi. Ho tradotto questi insegnamenti nella passione per la cultura araba e al Cairo, dove arrivai a 18 anni, conobbi tante giovani piene di sogni e di ideali, come me. Eravamo certe di poter cambiare il mondo, più di quanto oggi non sia possibile pensare. La guerra era lontana, alle spalle, per me viveva solo nei ricordi di mio nonno. Oggi che la vedo avanzare a macchia d’olio mi arrabbio perché più di allora vedo diffuso il pregiudizio e il razzismo. Credo di avere avuto molta fortuna, come tante ragazze della mia generazione, e di essere riuscita a realizzare più di quanto avrei mai potuto immaginare.

Francesca Corrao.
Francesca Corrao.

Mi viene pena a pensare che oggi nel mondo arabo tante donne rischiano la pelle perché la barbarie si sta impossessando delle fragili menti di poveri disperati infiammati dalla demagogia del guadagno facile al servizio di criminali senza scrupoli. Mi pare di vederle, di là del mare affacciate ad una finestra, come me da quest’altra sponda. Mentre guardiamo attonite le barche cariche dei loro figli allontanarsi quasi senza speranza di approdo… e qui in molti, troppi girano lo sguardo verso i piccoli affari quotidiani, distratti dalle beghe del presente dimenticando il senso della parola umanità. Anni fa ad un giornalista siriano che mi chiedeva cosa provassi a vedere le ragazze anoressiche in tv ballare come bambole di gomma, risposi che non era il mio modello di donna. Pacatamente dissi di essere contraria al modello della donna “oggetto”, non mi piaceva, come non mi piaceva vedere ragazze coprirsi per poter andare all’Università o per evitare di provocare “i cattivi pensieri dei ragazzi”. In questo senso ribadivo che la mia lotta per l’emancipazione culturale delle donne si univa alla lotta delle mie amiche al Cairo, Tunisi, Rabat e Damasco, per la difesa della dignità delle donne e della loro emancipazione dall’ignoranza. Credo che abbiamo raggiunto importanti risultati, ma che molto ci sia ancora da fare e sono convinta che ciascuno di noi possa dare un importante contributo. Nel mio piccolo ho realizzato un sogno, o meglio il desiderio sollecitato da una mia amica del Cairo: scrivere per dare voce alle tante storie dell’altra sponda per avvicinare i cuori e contribuire a fare immaginare alle nuove generazioni la possibilità di costruire un mondo migliore.

FRANCESCA CORRAO, docente presso l’Università LUISS di Roma


Ho sempre pensato a me come ad una persona senza distinzione di genere. Fin dalle mie prime ricerche di lavoro, non ho mai pensato di essere il “lato debole” o di appartenere a una categoria protetta, ho sempre avuto la convinzione che il contributo che avrei potuto dare ad una azienda con la mia attività non sarebbe stato diverso da quello di altri generi. Ho avuto in verità qualche disillusione, almeno nei primi tempi, simpatiche domande riguardo ai miei progetti famigliari e a connesse procreazioni che, per amor di verità, ad un ragazzo non sarebbero state poste, ma poi mi sono rinfrancata e ho continuato per la mia strada ritagliandomi il mio spazio.

Marcella Pedroni.
Marcella Pedroni.

Con il passare degli anni ho maturato la convinzione che il punto di forza di una donna siano garbo, diplomazia e, soprattutto, versatilità, tutte attitudini che, accompagnate alla giusta competenza e, quando serve, alla necessaria assertività,  sono, in molti casi, più efficaci di certa baldanza anche un po’ aggressiva.

 MARCELLA PEDRONI, responsabile dei progetti internazionali di Fiere di Parma


Torno da una delle tante lunghe e faticose trasferte, affronto un viaggio in auto di tre ore, al buio e sotto la pioggia battente, per trascorrere qualche ora a casa, nella mia Palermo, e vedere lui, il mio adorato nipotino di 2 anni. Adesso dorme beato. Mentre lo osservo penso che non potrei volergli più bene, se fosse mio figlio. E mi chiedo che mamma sarei stata, se avessi fatto scelte diverse. Invece mi limito a fare la “vice” mamma; quella vera è mia sorella, che al contrario di me ha rinunciato a molte cose per poter avere quel bambino meraviglioso. Rifletto dunque sulla condizione femminile, per scrivere queste righe, e mi accorgo di non essere, forse, la persona più adatta, essendo state le mie scelte, da sempre, un po’ controcorrente rispetto a quello che tradizionalmente prevede il ruolo della donna. Dettate più da un’indole ribelle, dalla ricerca dell’indipendenza e della libertà come priorità, da un desiderio costante di sfida con me stessa, dall’equilibrismo del vivere due vite diverse ma comunicanti, quella della giornalista e quella da musicista, a cavallo tra due città, quella d’origine da cui non mi sono mai voluta del tutto separare, e quella d’adozione, luoghi diversi, fisici ma anche dello spirito.  E cosi appena diciottenne mi ritrovavo alle prese con le prime esperienze nelle redazioni di tv e giornali locali, ad imbattermi nella misoginia di chi cercava di scoraggiarmi e nella malcelata scarsa considerazione di chi mi suggeriva di fare altro nella vita. Invece tenacia e perseveranza mi hanno spinto in avanti, mentre un intuito permeato di saggezza istintiva mi teneva al riparo dagli inconvenienti tipici del mestiere, in un mondo in cui gli uomini troppo spesso vestono i panni dei bulli, evitandomi passi falsi lungo un sentiero che non ha mai nascosto di essere impervio e pieno di ostacoli. Sono passati 25 anni. Attitudine maschile e niente malizia, questa ero io e questa sono tuttora, da adulta.

Raffaella Daino.
Raffaella Daino.

Mi avevano insegnato a tenere nascoste le emozioni, e consigliato di non svelare troppo del mio modo di essere, ma io come tutti i consigli che non mi piacevano, non li ho ascoltati. E continuo ad emozionarmi e a non farne mistero, a non opporre resistenza quando le storie drammatiche che mi trovo troppo spesso a raccontare prendono il sopravvento, a lasciare che i miei occhi si riempiano di lacrime mentre incrocio quelli di una donna, di un uomo, di un bambino che mi parlano di quello che erano e che non saranno mai più, di quella vita che hanno dovuto dimenticare, nella speranza di riuscire a sopravvivere,  di quei ricordi che hanno dovuto abbandonare lungo il deserto o il mare che sono stati costretti ad attraversare. Mi volto, guardo i miei colleghi maschi che come me stanno raccogliendo drammatiche testimonianze di vita e di morte. Bravi, seri , professionali. Loro però le lacrime agli occhi non ce le hanno.

RAFFAELLA DAINO, giornalista Sky Tg24

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