[IO PENSO CHE…] Migranti, quelle tragedie e l’Europa che affonda nel mare dell’irrazionale negazione dell’identità

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Parlerò di un tema che mi causa profondo dolore e infinita tristezza. Non è di facile trattazione così come non è di facile soluzione. Non ho la pretesa di dare delle spiegazioni che non ho e neppure mi sento di offrire risposte che non mi competono. Vorrei solo compiere, con grande umiltà e compassione, un atto di giustizia, un omaggio del cuore ai miei fratelli vittime dell’avventura umana. Sì, voglio parlare della tragedia umana che si sta consumando sotto i nostri occhi, ma che sembra fare solo l’oggetto di conflitti da salotto, di guerre di parole e statistiche, di giornalismo di seconda mano, di immagini condivise con un clic e non con gli occhi di compassione di chi sa fermarsi e meditare davanti alla morte. Morte reale di bambini, giovani donne e uomini nel fior dell’età. Morte di nazioni e di popoli e continenti privati delle migliori forze di sviluppo umano, sociale e economico.

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foto di Francesco Malavolta.

Tutte le civiltà umane hanno sempre avuto, davanti alla morte, un senso di profondo rispetto e di religioso ossequio. Oggi, non solo la si usa come un argomento per scoraggiare i flussi migratori (statevene a casa invece di rischiare la morte inutilmente), ma addirittura qualcuno vorrebbe inferirla per difendere non so quale civiltà (bombardiamo i barconi). Non importa se sui barconi ci sono bambini, donne e giovani uomini la cui colpa è di non avere il passaporto giusto, la provenienza giusta, il colore giusto. Io, invece, oggi mi metto simbolicamente in ginocchio e, dal profondo, grido verso Dio perché di tutti abbia pietà.

don Jean Paul Barro (foto di Flavio Leone).
don Jean Paul Barro (foto di Flavio Leone).

Se a volte mi viene rabbia nel sentire illustri esperti la cui ignoranza superba la cede solo alla loro incapacità di essere sensibili e alla furbizia delle facili strumentalizzazioni o capitalizzazioni delle paure e degli odi che sanno fomentare, altre volte sono colto da profondo sconforto davanti a una evidenza: l’Europa fa fatica ad assumere responsabilmente i valori e l’umanesimo di cui si è fatta promotrice da secoli su tutti continenti, come fa fatica ad accettare le conseguenze degli incontri che ha provocato con altri popoli.

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foto di Francesco Malavolta.

I giovani che fuggono dalle guerre e dalla fame, dalle ingiustizie e dallo pseudo diritto, dalle caste oligarchiche corrotte e corruttrici al servizio di avvoltoi stranieri, dall’assenza di democrazia e di terre confiscate dalle potenze economiche cinesi o arabe, dall’impossibilità di trarre dal poco che resta il necessario per vivere con la zappetta sotto il cielo cocente, questi giovani ambiscono all’Europa, patria della democrazia e dei diritti civili e dei diritti dell’uomo, l’Europa della libera impresa e della tecnologia, l’Europa della cultura e della bellezza, l’Europa che si è presentata a casa loro come modello sublime di società di giustizia e di opportunità. Le tragedie del mediterraneo e degli altri confini rivela il dramma di un’Europa che affonda nel mare dell’irrazionale negazione della propria identità e dei propri valori. Affondano pure nel mare della loro inadeguatezza quelle nazioni che hanno spento la fiamma della speranza nei loro giovani che, per riaccenderla, sono costretti a viaggi della disperazione. Sono colpevoli davanti alla storia quei governanti che si sono trincerati nei loro palazzi per godere lautamente delle loro rapine, sperperando i beni di cui hanno defraudato le loro popolazioni, lasciando loro solo la scelta di partire.

don Jean Paul Barro.
don Jean Paul Barro.

E nemmeno si degnano di pronunciare una parola di cordoglio o di pentimento. L’Africa e il medio oriente usciranno dissanguati da questa lunga emorragia di sangue vermiglio versato sulle spiagge del mediterraneo, nei treni e nei camion dei viaggi clandestini, nei campi profughi. Ancora più grande è la tragedia che si prepara. Più grande del pianto delle mamme, delle fidanzate e delle mogli vedove inconsapevoli, degli orfani che non sanno di esserlo. Anche io sono un immigrato. Per grazia di Dio godo di rispetto e di stima. Il mio ministero sacerdotale ha aperto per me delle porte che, per tanti miei fratelli, rimarranno chiuse, porte di mente, porte di cuori, porte di casa, porte di opportunità, porte di libertà. In forza della mia missione, mi coinvolgo quotidianamente nel destino di questa terra e della sua gente e vado spesso dove altri (italiani) non vogliono andare. Come me, tanti miei fratelli stranieri, ognuno nel suo ambito, arricchiscono l’Italia e l’Europa con la loro diversità, con il loro lavoro, con i loro figli, con le tasse che pagano, i contributi che versano, le loro paghe al nero, le opportunità di lavoro che offrono al senso e agli istituti di accoglienza. È così poco il nostro apporto al punto di meritare solo il vostro disprezzo, al punto tale che un nostro bimbo restituito senza vita dal mare non susciti in voi un po’ di pietà?

don Jean Paul Barro per Condividere
(parroco a San Matteo in Marsala)

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