[IO PENSO CHE…/1] Stefania D’Angelo, Pamela Orrù, Luisa Famà ed Elena Ferraro si raccontano…

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Io penso che……la strada sia ancora lunga ma è una strada in discesa, il peggio è passato. Non ho mai avuto discriminazioni gravi legate alla mia appartenenza al genere femminile, per giunta a capo di una realtà di soli uomini, ma ho sempre colto la difficoltà dei miei interlocutori nel relazionarsi in maniera neutrale. Ritengo che il più delle volte sia dovuto alla mancanza di “abitudine” a trovarsi di fronte ad una donna che ricopre un posto di rilievo. Nella maggior parte dei casi è una forma di ignoranza, nel senso del non conoscere, più che una presa di posizione. La mia proverbiale testardaggine e caparbietà, che mi faceva dire in tempi non sospetti che volevo diventare direttore di una Riserva naturale, mi ha permesso di guardare sempre diritto senza scoraggiarmi, anche quando i miei interlocutori continuavano a rivolgersi ai miei collaboratori uomini, ignorando la mia presenza.

Stefania D'Angelo.
Stefania D’Angelo.

La mia azienda, il Wwf Italia è sempre stata anni luce avanti e priva di qualsiasi forma discriminatoria in tal senso ed ha sempre sostenuto le donne e le loro carriere. Il direttore uscente del Wwf International è una donna! Pochi giorni fa ricevo una telefonata. Il mio interlocutore ha la necessità di parlare con il responsabile. Fisso un appuntamento e lo ricevo. Sulla porta mi dice: signorina, ho un appuntamento con il direttore. Lo faccio accomodare, esco dalla stanza e dopo pochi secondi rientro e vado a sedermi dall’altra parte della scrivania. Colgo sul suo viso dapprima stupore, poi imbarazzo per l’errore di valutazione, ma il tutto finisce con una bella risata. Viva noi donne.

STEFANIA D’ANGELO, direttrice Riserva naturale “Gorghi Tondi” di Mazara del Vallo

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La funzione principale della politica è quella di sapere leggere realisticamente i tempi presenti proiettando cuore e testa oltre gli innumerevoli e contingenti ostacoli al fine di svolgere un’azione che possa costruire i tempi futuri. Questa considerazione riassume il modo in cui sto cercando di interpretare il ruolo che sono stata chiamata a rivestire e di cui avverto tutta la responsabilità e l’onore. Sono ormai trascorsi due anni dall’inizio della mia esperienza politico-istituzionale che mi vede lavorare adesso nel cuore delle istituzioni italiane: ho la piena consapevolezza che la crescente disaffezione per la politica che si avverte oggi è un sintomo ed anche una delle cause della profonda crisi che mette in pericolo lo stesso concetto di democrazia partecipativa che è alla base delle nostre società. Sento allora, come donna, come cittadina, prima ancora che come rappresentante delle Istituzioni, che la politica è, e deve essere, servizio per la collettività, passione civile, attenzione al proprio territorio, fiducia nella capacità di recuperare “insieme” la dimensione della comunità, della “parte” politica a cui apparteniamo, senza dimenticare il “tutto” della funzione che la politica svolge. Ma tutto questo non può e non deve essere fatto individualmente, certamente è difficile ma è il solo modo di riscoprire, anzitutto fra noi, la grande chance di lavorare insieme, insieme al territorio (di cui ho il dovere rappresentare le istanze), insieme alle istituzioni tutte ma soprattutto insieme alla gente e tra la gente. La capacità di “mettere insieme” è tipica delle donne.

La senatrice Pamela Orrù.
La senatrice Pamela Orrù.

Le ultime elezioni politiche, precedute da primarie con doppia preferenza nel mio partito, hanno consentito l’ingresso nei due rami del Parlamento di ben 284 donne e ciò ha portato ad un cambiamento anche in termini di competenza e rigore ed ha permesso, tra l’altro, l’approvazione di leggi importanti quali la ratifica della Convenzione di Istanbul – primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di protezione dei diritti della donna contro ogni forma di violenza – e la legge sul femminicidio. Questo in Parlamento, ma nella nostra terra, la mia amata terra, tutto risulta più difficile, anche svolgere un servizio politico, soprattutto se questo impegno è portato avanti da una donna. In questa esperienza mi guida spesso il pensiero di una grande donna: «Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza. Dietro ogni successo c’è un’altra delusione», a testimoniare la forza e la perseveranza che ogni donna porta in sé». Era Madre Teresa di Calcutta.

PAMELA ORRÙ, senatore della Repubblica


Sono una  siciliana inconsueta, per metà palermitana e per metà emiliana da parte di madre. Mio marito è inglese “non a caso”, e nel lavoro ho sempre mescolato la mia doppia cultura con quella anglosassone che, per me archeologa, è stata sempre un modello di riferimento ineludibile. Dopo la laurea in archeologia fenicio-punica a Palermo, sono andata a Roma per specializzarmi in Archeologia del Vicino Oriente antico e tra il 1979 e il 1985 sono entrata a far parte dell’ormai storico staff di Andrea Carandini, vivendo quindi la grande fase di rinnovamento dell’archeologia stratigrafica italiana. Tornata in Sicilia, dopo essere entrata per concorso nell’Amministrazione regionale dei Beni Culturali, nella qualità di Dirigente tecnico archeologo, ho lavorato prima a Palermo presso l’allora Soprintendenza archeologica delle Provincie di Palermo e Trapani e poi a Trapani alla Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali. A partire dal mese di luglio del 1999 ho diretto con amore il Museo Regionale “A. Pepoli”, che ho lasciato dopo undici anni di fervente attività. Ora dirigo il Museo Archeologico Regionale “Lilibeo”  dal quale dipendono la grande area demaniale di Capo Boeo e gli altri settori archeologici dislocati  nella città di Marsala. La mia passione per l’archeologia, ed in particolare per l’isola di Mozia in cui ho lavorato per ben ventitre anni, è oggi fonte di dolore a causa delle limitatissime risorse finanziarie che non consentono di potere effettuare i restauri, gli scavi, le pulizie dei monumenti e tutto quanto si dovrebbe attuare per la conservazione e la valorizzazione degli stessi.

Maria Luisa Famà.
Maria Luisa Famà.

Adesso si può fare solo cultura a costo zero e inventarci tutti i sistemi alternativi possibili per andare avanti e mantenere aperti al pubblico il Museo e le aree archeologiche. I tempi sono purtroppo cambiati e non ci sono ancora prospettive felici perché vengano investite maggiori risorse economiche per i Beni Culturali, non solo in Sicilia ma anche in tutto il territorio nazionale, a dispetto della sua ricchezza ed importanza. Ma bisogna comunque sperare in un miglioramento perché il nostro inestimabile patrimonio archeologico e artistico è un bene “mondiale” che non potrà certo continuare a rimanere in secondo piano. Sono ottimista, malgrado tutto.

MARIA LUISA FAMÀ, direttrice del Museo archeologico regionale “Lilibeo” di Marsala


Sono un imprenditore che opera nel settore della sanità trapanese e sono una persona con una mente pensante prima ancora di essere una donna, che ad un certo punto della propria vita si è trovata a compiere una scelta difficile seppur necessaria. Trovandomi di fronte ad un bivio ho scelto di scegliere, seguendo l’unica strada possibile che è la manifestazione della sola peculiarità in quanto essere umano e l’affermazione della dignità in quanto essere donna. Ho scelto la strada della giustizia e della legalità contro tutto e tutti, senza se e senza ma consapevole e cosciente che dentro di me alberga un imperativo categorico: la scelta implica l’azione. Riflettendo su cosa comporti, nella società attuale, assumere e svolgere ruoli e comportamenti che per secoli sono stati prerogativa ed appannaggio del solo genere maschile, sono indotta a fare un passo indietro per ripercorrere il cammino che è stato compiuto, nel corso dei tempi,  per arrivare allo status quo. La donna è stata tenuta per secoli lontana dalla cultura e dai rapporti sociali, condizionata dai bisogni economici e quindi, costretta a subire in tutti i campi, la patria potestà,  non potendo far nulla per rivendicare una sua libertà nonostante sentisse dentro di sé la spinta alla ribellione dato che è nella natura umana ribellarsi ad una sopraffazione sia essa cosciente o incosciente. Abbiamo dovuto attendere un uomo rivoluzionario, Gesù Cristo, che  rivendicasse i diritti della donna e le additasse, con le Sue parole, la via da tenere: ha impedito la lapidazione dell’adultera; ha chiesto l’acqua alla samaritana; ha dato valore all’obolo della vedova e ha  rivendicato a Maria il diritto di scegliere la parte migliore. Il Cristianesimo quindi, esprimendo l’elevazione della coscienza nella sua perfezione religiosa, ha aperto la via, oltre che alla contemplazione, all’attività, insegnandoci che nell’azione c’è un principio efficiente che ha una propria valutazione affermativa, la buona volontà che nasce dalla contemplazione del bene e che guida l’intelligenza nella valutazione di ciò che è bene e ciò che è male spronandola all’azione.

Elena Ferraro (foto di Gaspare Pompei).
Elena Ferraro (foto di Gaspare Pompei).

Non c’è campo in cui ormai la donna oggi non fa sentire la sua voce come “soggetto sostanziale sussistente” e intelligente avente in sé un principio attivo supremo e incomunicabile: la volontà ed è proprio essa che ci mette al riparo dai sorprusi e dalle prevaricazioni che impediscono di camminare per i sentieri della giustizia e per le vie dell’equità. Il presupposto della volontà è però la libertà, il suo substrato, il terreno di coltura dentro il quale la volontà può proliferare, ma una libertà, a mio avviso, intesa come liberazione dal cappio della sottomissione del non sapere scegliere o nello scegliere di non scegliere, una libertà come motore propulsore per la ricerca della soluzione nella scelta dei fini per il Fine, cercare cioè come meglio sia possibile, attraverso i valori della terra, senza supremazia, raggiungere il valore ultimo: Dio. Volontà, scelta ed azione hanno condotto ed ispirato tutte le opere della mia vita, sono la mia forza ed il bastone su cui mi appoggio nel cammino impervio del quotidiano e quando mi fermo sul prato a riposare guardo in alto e vedo il cielo stellato sopra di me ed ascolto la legge morale dentro di me.

ELENA FERRARO, imprenditrice

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