IO PENSO CHE/Precari, una partita da giocare in modo sinergico

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Stando all’ultima legge regionale in materia, entro il prossimo 30 giugno tutti i comuni siciliani debbono approvare un piano per stabilizzare i lavoratori precari, ed entro la fine di quest’anno debbono procedere alla loro assunzione a tempo indeterminato. Al fine di evitare che, come già avvenuto in passato, i comuni non diano attuazione all’obbligo di stabilizzazione imposto dalla Regione, la legge questa volta ha previsto una sanzione finanziaria pesante a carico dei comuni inadempienti: il taglio del contributo regionale per ogni lavoratore non stabilizzato. In pratica, la Regione dice ai comuni: o assumi i lavoratori precari a tempo indeterminato inserendoli stabilmente nella dotazione organica, oppure il loro stipendio, se vuoi continuare a utilizzarli, lo paghi esclusivamente con fondi del tuo bilancio. Stando così le cose, si spiega facilmente l’attenzione (meglio, la pressione) di lavoratori e loro rappresentanti su quanto stanno facendo i comuni in queste settimane. Ma davvero è così semplice stabilizzare i precari? E’ bene chiarire immediatamente che la materia è complessa, regolata da norme statali e regionali, da vincoli e limiti di natura finanziaria, e resa di difficile attuazione da una selva di pareri non sempre coerenti; su tutto, poi, impatta il diritto eurounitario.

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In base al diritto dell’Unione Europea, infatti, esiste un preciso limite alla possibilità di prorogare e reiterare i contratti di lavoro a termine; solo in casi eccezionali e per esigenze motivate si può superare per un singolo rapporto di lavoro con uno stesso lavoratore il termine di 36 mesi. Quando ci si accorse, anche per l’incalzare delle sentenze della Corte di Giustizia europea, che migliaia di rapporti di lavoro a termine con la pubblica amministrazione italiana avevano superato quella soglia limite (in Sicilia abbiamo superato i 20 anni: 240 mesi!) nel 2012 si è intervenuti con un’ultima proroga (!), nelle more di una disciplina a regime, risolutoria della complessa questione. Oggi le pubbliche amministrazioni possono assumere personale solo a tempo indeterminato, in quanto le “nuove” assunzioni a tempo determinato sono consentite esclusivamente per esigenze temporanee ed eccezionali. Il decreto D’Alia dell’autunno 2013 ha dettato la disciplina transitoria per contratti precari in essere, basata sull’inserimento strutturale dei precari nelle dotazioni organiche dei vari enti, per coprire posti vacanti ma nel rispetto dei limiti e vincoli che la legge pone per le assunzioni.

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In pratica, ogni stabilizzazione è considerata una nuova assunzione; essa può essere effettuata solo se e nei limiti in cui sussistono posti vacanti nella dotazione organica dei comuni, e nel rispetto del tetto di spesa che la legge statale fissa per le nuove assunzioni; l’unica deroga a favore dei lavoratori precari è l’obbligo di pubblico concorso. Così stando le cose, anche il nuovo programma di stabilizzazioni non potrà dare risposte efficaci e risolutive al problema. Da un censimento effettuato dalla Regione, pare sia emerso che i posti vacanti nelle dotazioni organiche dei comuni siciliani siano poco meno di 1.500 a fronte di oltre 16.000 lavoratori precari. Non è poi scontato che tutti i posti vacanti possano essere coperti con nuove assunzioni. A prescindere dalla situazione finanziaria di ciascun comune (rispetto del patto di stabilità, rapporto spesa di personale su spesa corrente), la legge statale, infatti, prevede che i comuni possano assumere ogni anno nuovi dipendenti in misura percentuale alla spesa sostenuta nell’anno precedente per lavoratori cessati: si tratta di un turn overnon per teste ma per spesa; ed è questo il vero problema.

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Fino allo scorso anno il limite era pari al 60%, da quest’anno la legge di stabilità lo ha ridotto al 25%; in pratica, se nel 2015 sono cessati 2 lavoratori la cui retribuzione risparmiata ammonta a 50 mila euro, nel 2016 – pur avendo i posti in organico e i parametri finanziari in regola – il comune potrà effettuare nuove assunzioni per 12.500 euro: cioè non potrà assumere nemmeno un lavoratore a tempo pieno, ma un part-time della categoria di inquadramento contrattuale iniziale a sole 18 ore! Se il comune vuole utilizzare la capacità assunzionale per stabilizzare i precari, di quel 25% di risparmio ne potrà utilizzare solo il 50%, dovendo destinare il resto a un pubblico concorso. Nel nostro esempio, solo 6.250 euro possono essere destinati alle stabilizzazioni! Così stando le cose, anche quest’ultima legge regionale non appare risolutiva, ma rischia di alimentare polemiche e spaccature tra lavoratori e comuni. Io penso che la partita, invece, debba essere giocata in modo sinergico. I comuni hanno, infatti, bisogno di questi lavoratori, perché negli anni sono diventati – in moltissime realtà – insostituibili per il funzionamento degli enti e l’erogazione dei servizi ai cittadini; occorre investire sulla loro formazione e qualificazione professionale, riqualificando le dotazioni organiche in funzione delle molteplici modifiche normative e della mission degli enti locali; e insieme occorre lavorare per ottenere una legge che affronti con coraggio la questione, autorizzando la deroga ai vincoli strutturali e finanziari per consentire l’inserimento dei precari nelle nuove dotazioni organiche. Se la Regione pensa di poter risolvere il problema con leggi manifesto che scaricano il problema sui comuni, ne verrà fuori solo il caos.

Vito Bonanno, avvocato e Segretario comunale
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