Devo riconoscere che questo anno e mezzo in Sud Africa mi ha permesso di entrare e di comprendere un po’ di più una realtà molto diversa dal nostro Occidente e, come sempre, i poveri sono stati i miei maestri. Mi sono reso conto che a volte missione è semplicemente fare jogging! Si, missione è uscire e andare a correre, perché «lo Spirito soffia dove vuole!». Esco di casa nel pomeriggio per fare una corsetta rilassante dopo lo studio; mi trovo in un grande campo non lontano da casa. È buio, fa molto freddo; lì nell’angolo un piccolo fuoco con poche persone vestite di stracci che tentano di riscaldarsi. Mi avvicino; i nostri sguardi si incrociano. Ragazzine, 14-19 anni; il loro corpo è usato come un giocattolo usa e getta da uomini senza cuore e senza pietà. Il loro corpo è venduto per un pezzettino di pane e per prendersi cura dei loro bebè. Un corpo spezzato, martoriato, crocifisso. È il corpo di Cristo che puoi contemplare, toccare, adorare.

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Guardo negli occhi Nobulhe, che significa “bella” nella lingua Zulu; uno sguardo spento, perso, vuoto, senza futuro né speranza. Un corpo gelato, mezzo nudo, ferito. C’è anche Zama, 14 anni, incinta e non si sa di chi; il suo cervello è fortemente danneggiato dalla colla che fuma da anni, è come se vivesse in un altro pianeta. La droga è stata l’unico sostegno che ha trovato per alleviare per un po’ il suo tormento e per trovare il coraggio di rinunciare al proprio pudore. È lì che aspetta che qualcuno la chiami per i suoi sporchi propositi; non sono sicuro che lei si renda davvero conto di dove sia e di cosa le stia succedendo. Il mio cuore si lacera, come attraversato da un coltello affilato. Avverto la mia impotenza, sono piccolo, sono povero; che ci faccio qui?

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Le invito a correre, andiamo insieme, io e tre ragazzine… almeno per qualche minuto saranno lontane dalle grinfie di uomini spietati, come gazzelle che si allontana dai leoni, da uomini senza umanità che spesso le usano, le violentano, le picchiano e non le pagano, lasciandole lì per terra mezze morte. Mentre corriamo sorridono, si divertono, ci conosciamo. Nobulhe è stata abbandonata da bambina, non sa chi siano i suoi genitori, ha vissuto con una non curante persona che chiama “nonna” nello slum che c’è dietro la nostra comunità. Ha 19 anni e 2 bambini, un terzo è morto per mancanza di assistenza e di igiene. Deve pagare l’affitto di una minuscola baracca in mezzo al fango. Dopo qualche giorno torno perché è stata picchiata, graffiata e ferita alla gamba e alle spalle; pulisco la ferita con un po’ di disinfettante e una garza. Ma curare piaghe fisiche è davvero molto più facile che disinfettare e sanare le terribili ferite che porta dentro.

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Cosa significa portare il Vangelo ai poveri? Cosa significa fare esperienza di risurrezione in mezzo a loro? Parlo con Patricia, una madre di famiglia che vive nella baraccopoli. Dice che loro che vivono nello slum non sono altro che “cani”. Così è che sono trattati, così è che la gente li chiama, così è che sono visti dalla società… e non solo! Il disprezzo nei loro confronti viene spesso anche da tanta gente “per bene” che va in chiesa tutte le domeniche ma che è incurante e incapace di scorgere il volto del povero Lazzaro che sta a pochi metri da lì. Cristo è proprio lì, dietro l’angolo! È l’indifferenza, la nostra indifferenza che uccide i poveri. E loro, i poveri, si sono abituati a questo trattamento ed hanno cominciato a sentirsi cani davvero. Molti, troppi, credono di essere non più che animali, di non avere dignità e di non meritare di uscire dallo slum! Sono condannati a stare fuori dalla città, come in quarantena.

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Ho invitato tantissimi di loro a venire a prendere un caffè in comunità: pochissimi i risultati, la gente si vergogna, credono di essere sporchi ed indegni, si sentono come i lebbrosi del Vangelo che devono essere separati per non contaminare quelli che si credono giusti. Mi rendo conto che la cosa più difficile è il cambiare questa mentalità, questa risurrezione nel cuore e nella vita dei poveri, il fargli toccare nella loro carne la tenerezza di un Dio Papà che ama i poveri come solo una Madre può fare. Si, davvero, credo con tutto me stesso che questo Papà è davvero in mezzo a loro e dalla loro parte, è davvero il Dio dei Poveri. E sarà davvero Pasqua quando questo popolo troverà il coraggio di rialzarsi, di alzare la testa e di guardare gli altri negli occhi con la dignità di essere figli profondamente amati da Dio. Questa è la missione della Chiesa; una Chiesa che deve uscire e scendere nei posti più dimenticati per liberare, amare e servire un popolo martoriato ed oppresso.

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Missione è «toccare il lebbroso». La Chiesa deve essere la Chiesa dei poveri o non è Chiesa. Una Chiesa che non si chiude in se stessa e non si attacca ai propri privilegi ma che come il vero Maestro si sveste da ogni forma di potere per vestirsi soltanto del grembiule del servizio; una Chiesa che si arma soltanto della compassione del Buon Samaritano e che va all’incontro dei più dimenticati per incontrare il volto sofferente del suo Signore. Solo allora sarà davvero Pasqua, Risurrezione, Vita nuova e piena. Carissimi, diamo la vita perché il Povero abbia vita! Ne vale la pena! Con Gesù la vita e la speranza vincono davvero!

Mario Pellegrino, missionario in Sud Africa

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