[L’EVENTO] Via l’impalcatura dall’abside, a Castelvetrano dopo 40 anni torna a risplendere la “Sistina di Sicilia”

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Intere generazioni non li hanno mai visti quegli stucchi preziosi e splendidi che Antonino Ferraro da Giuliana realizzò su volere di don Carlo d’Aragona, vicerè di Catalogna e ambasciatore in Germania. Perché la chiesa di San Domenico a Castelvetrano (appartenente al fondo Fec del Ministero dell’Interno) nel ’68, a seguito delle scosse del terremoto che sconquassarono la Valle del Belice, fu chiusa al culto. E chi lo ricorda, proprio l’anno del sisma fu l’ultimo durante il quale si poterono ammirare quei capolavori nell’abside e nel coro.

L'interno della chiesa.
L’interno della chiesa.

Da allora un ponteggio montato negli anni ’80 per riparare il tetto rimase lì, come un sipario di ferro a nascondere quella che in tanti definiscono la “Sistina di Sicilia”. Buio e ferro per tanti, forse troppi, decenni – complice l’incuria – hanno lasciato in ombra una delle espressioni più alte del manierismo siciliano che, finalmente, venerdì prossimo (7 febbraio, ore 9,30) tornerà al suo antico splendore (interventi di: Gaspare Bianco, Teresa Pugliatti, Lina Scalisi e monsignor Crispino Valenziano del Pontificio Istituto Liturgico “Sant’Anselmo” di Roma).

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Ci sono voluti cinque anni e l’impegno dell’architetto Gaspare Bianco della Soprintendenza ai beni culturali di Trapani affinché si restaurassero stucchi e marmi dell’apparato decorativo del presbiterio e liberare quei capolavori da ponteggi come gabbie. « Il restauro ha costituito un’irrinunciabile opportunità di studio delle tecniche artistiche caratterizzanti questa misconosciuta bottega di “cesellatori siciliani” dello stucco – spiega Bianco – e una straordinaria occasione per un approfondimento e una appassionata ricerca sull’iconografia cristiana e sul valore della forza comunicativa delle immagini». Ammirarli, col naso all’insù, è come estasiarsi dinnanzi alla bellezza di un’opera davvero originale che il Ferraro realizzò come capostipite di una illustre famiglia di stuccatori e pittori insediatisi per generazioni a Castelvetrano. L’artista fu chiamato a Castelvetrano da don Carlo d’Aragona “Magnus Siculus”(presidente del Regno (1566-68/1571-77) che, probabilmente, ne aveva ammirato i lavori ultimati nella Cattedrale di Palermo nel 1574.

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«La sinfonia grandiosa della bellezza fatta forma torna a risuonare in una delle nostre città, nota più per talune sue pecche morali, e vuole diffondere anche oltre i suoi confini un messaggio di armonia e leggiadria, dice il Vescovo monsignor Domenico Mogavero. La riapertura di San Domenico è una vittoria del bello sulla sciatteria, dell’eleganza sulla volgarità, del sublime sull’effimero, della gioia contemplante sul piacere banale, della pazienza perseverante sulla fretta inconcludente. La fruizione diffusa di questo monumento speriamo possa favorire una svolta di stile, capace di ridare serenità e gioia al cuore, facendo da contrappeso alle tante sollecitazioni negative a cui la cappa di una crisi interminabile ci espone», sono ancora le parole del Vescovo.

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Attraverso stucchi, pitture, riquadri, cartigli e fregi, il Ferraro tende a riempire tutto lo spazio, con l’evidente fine di stupire, realizzando un progetto iconografico capace di richiamare con originalità artistica e grande finezza teologica la celebrazione messianica: nell’area presbiteriale, infatti, sono raffigurati i temi relativi alle promesse, alle profezie e alle prefigurazioni di cristo. un complesso decorativo che culmina nell’albero di Jesse: un vero e proprio “capolavoro nel capolavoro”, costituito da quattordici statue oltre il naturale che, disposte in attitudini diverse, sembrano distaccarsi dal muro e reggersi in aria.

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«Il restauro – spiega ancora Bianco – è stato realizzato con le più avanzate tecnologie disponibili in Italia: è stata creata anche una banca dati tridimensionale del lavoro di restauro eseguito e delle opere d’arte conservate nella chiesa, e con la costante collaborazione scientifica dell’opificio delle Pietre Dure di Firenze, dell’Istituto centrale del restauro». E proprio l’iniziale sopralluogo, prima che nel 2009 si intervenisse, fu fatto da Giuseppe Basile ed Eugenio Mancinelli dell’Icr. Il resto è storia degli ultimi cinque anni, consumati dietro quel portone che custodisce il capolavoro indiscusso dei Ferraro da Giuliana. E che, dalla prossima settimana, si aprirà ridando nuovamente luce a stucchi e opere d’arte tornate al loro posto. Belle più di prima.

(Le foto di questo servizio sono di Max Firreri, la riproduzione è vietata)

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Un commento

  1. Adesso pubblicizzare questo tesoro d’Arte e non continuare a parlare di quella “cosa” e “anticosa”. Una bella fiction o storia d’amore dove i protagonisti frequentino questa chiesa…

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