“Lo sguardo dell’aquila” di Vincenzo Sorce

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lo sguardoVINCENZO SORCE

Lo sguardo dell’aquila. Elementi biografici di Cataldo Naro, Arcivescovo di Monreale

(edizione San Paolo) | 2013, pp. 227 | € 16,00

Il testo che presentiamo è la ricostruzione del percorso umano e spirituale di Cataldo Naro, apprezzato arcivescovo di Monreale, protagonista delle vicende della Sicilia ecclesiale contemporanea, capace di vibrare secondo i dettami dello Spirito, sulla scia delle intuizioni del Vaticano II, spendendosi fino all’ultimo affinché la Chiesa fosse capace di nuova evangelizzazione. Da questi tratti prende spunto il suggestivo titolo dell’opera: riprende un’immagine posta sin nelle prime pagine, dove però non solo si afferma che l’arcivescovo scomparso fu dotato di uno sguardo acuto, ma anche di possenti ali, che gli permisero (proprio come avviene ai potenti rapaci) di lasciarsi trasportare anche dai venti più impetuosi, mostrando una docilità senza riserve all’azione dello Spirito (cfr p. 10).

L’autore è anch’egli uno dei protagonisti della Chiesa siciliana: intrecciando più volte la sua attività con il ministero di Cataldo Naro, ne parla con viva ammirazione, ne prende le difese, racconta i lati meno appariscenti (come le attività connesse al Centro Studi Arcangelo Cammarata – cfr pp. 59-67), facendo emergere la personalità poliedrica di un uomo capace di svolgere molteplici iniziative con grande competenza, sicura professionalità e profonda umanità (cfr pp. 109-122). Nel testo affiorano qua e là i molti tratti di cammino percorsi fianco a fianco: insieme, infatti, hanno dato vita al trimestrale «Argomenti» (cfr pp. 77-92), hanno insegnato nella Facoltà Teologica di Sicilia (cfr pp. 93-108), hanno speso le loro energie nell’Associazione Casa Famiglia Rosetta; ma soprattutto hanno condiviso i momenti più gioiosi e commoventi, come quello della nomina episcopale (cfr pp. 158-159) e del conferimento della cittadinanza onoraria di Corleone (cfr pp. 181.183).

Storico della Chiesa per mentalità, dotato di capacità organizzative, Cataldo Naro fu «uomo di Dio, nel senso più alto e vero del termine» (come si espresse il card. Ruini, citato a p. 150), seppe essere un animatore culturale, un uomo appassionato del «volto storico di questa concreta Chiesa locale [di Caltanissetta] in rapporto a un mondo in continuo cambiamento» (p. 73), nonostante difficoltà, fatiche e incomprensioni, che lo costrinsero alle dimissioni da segretario del Sinodo diocesano nel 1990 e che lo tormentarono durante il ministero episcopale a Monreale. È forse nelle pagine che ricostruiscono l’esperienza del Sinodo che si rivela in modo più efficace la penna di Vincenzo Sorce, dal momento che riesce a mostrare il profilo pastorale insito negli intenti di Naro, il significato ecclesiale della sua visione, la sua capacità di cogliere l’inevitabile intreccio della cultura con l’ambiente. In sintesi, il desiderio di far compiere alla comunità ecclesiale un autentico discernimento pastorale, inserito in una delicata e attenta ricostruzione storica, ci pare da un lato indice della “stoffa” del futuro vescovo, dall’altro segno della sensibilità dell’autore che sa individuare la competenza e lungimiranza del suo amico. Le difficoltà e le incomprensioni non solo continuarono anche successivamente, ma si accrebbero durante l’episcopato a Monreale. Più che ricordati, tali episodi sono allusi in una breve pagina che descrive meglio lo stato d’animo del vescovo che non le iniziative (tutte sviluppatesi in ambito intraecclesiale: cfr pp. 173.183) volte a screditarlo o a limitare il suo operato – secondo quanto del resto lasciato trasparire in un breve scritto che può essere considerato come il suo testamento (cfr pp. 193-195). Una tale ricostruzione dei fatti è indicativa delle modalità con cui è stato redatto il volume. Le poche, brevi annotazioni dell’autore sono funzionali alla concatenazione ordinata delle lunghe citazioni dei protagonisti, qualche volta semplicemente accostate tra loro, molto spesso prive del necessario distacco emotivo che permetta un’adeguata rilettura e una loro corretta collocazione storica (al riguardo, si veda, tra le tante, la testimonianza alle pp. 129-130 e soprattutto a p. 195). L’autore ne è consapevole (cfr p. 8), ma confida che una tale raccolta possa favorire un’introduzione alla figura così significativa di Mons. Naro. In realtà ci pare che la scelta editoriale intrapresa renda difficile cogliere il genere letterario del libro (non si tratta infatti né di una biografia o una ricostruzione storica, né tanto meno di una testimonianza personale), lasciando l’impressione che il suo carattere “ibrido” sia più un impedimento che non un’agevolazione all’incontro e alla conoscenza di colui di cui si parla. Suggeriamo pertanto di considerare il testo come una sorta di “minimo archivio pubblico” da cui trarre spunto per elaborare più pacate e argomentate opere future, capaci di far emergere la singolarità e la grandezza di un uomo di Chiesa, tanto rimpianto dai suoi amici come dall’intera comunità ecclesiale italiana.

Don Giuseppe Titone

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