Peter L. Berger – I molti altari della modernità

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Peter L. Berger
I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo
2017 | Editrice missionaria italiana | pp. 208 | 19 euro

Non è il modello della secolarizzazione il paradigma adeguato per comprendere lo scenario religioso del nostro tempo. L’epoca contemporanea è caratterizzata dal pluralismo delle fedi e dal pluralismo tra visione secolare e prospettiva religiosa che compenetrano gli stessi individui di fede. Dopo essere stato per molti anni teorizzatore e sostenitore della secolarizzazione, ora il sociologo americano Peter L. Berger (definito da Forbes «il più famoso sociologo al mondo») sostiene che è il pluralismo il paradigma da indagare e studiare per comprendere l’epoca contemporanea sotto il profilo religioso. Berger afferma questa posizione per la prima voltanel suo nuovo libro I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo. Anzitutto cosa si intende per pluralismo? «È una situazione sociale – scrive Berger –in cui persone diverse per appartenenza etnica, visione del mondo e sistemi di valore etici convivono pacificamente e interagiscono reciprocamente in modo amichevole».

Berger annota che «il pluralismo è la sfida di gran lunga maggiore per tutte le tradizioni e le comunità religiose del nostro tempo». Una sfida che è prettamente moderna, ovvero che si inserisce nella categorie delle scelte piuttosto che in quelle della necessità, del destino o degli obblighi sociali: «La modernità non porta necessariamente alla secolarizzazione, ma al pluralismo». E questo pluralismo è duplice: significa che le varie religioni vivono insieme e che ogni credente convive con una parte di sé che è secolare. In garbata polemica con il filosofo Charles Taylor e il suo saggio L’età secolare, Berger afferma che non è questa la definizione corretta dell’era attuale: « È preferibile definire la nostra epoca pluralista piuttosto che secolare». Non che il pluralismo sia una novità dell’era moderna, scrive Berger: già nell’antica Grecia (vedi la vicenda di san Paolo ad Atene), ad Alessandria d’Egitto o a Roma, lungo la Via della Seta, nella Spagna musulmana o nell’India Moghul vi erano vicende di pluralismo de facto. Quello che la modernità ha portato è il fatto che il pluralismo si è globalizzato (anche grazie ai moderni mezzi di comunicazione) e che in base alle appartenenze multiple ogni credente contiene in sé una parte di «pluralismo» ovvero di eredità secolare. Inoltre, il dato essenziale dell’età contemporanea è il fatto che il pluralismo non venga considerato in maniera negativa bensì sostenuto e appoggiato anche a livello politico. Berger fa il caso dell’autodefinizione della Corona britannica, da sempre presentatasi come «Difensore della Fede» (sottintesa cristiana). Mentre la regina Elisabetta si è voluta indicare come «il difensore di tutte le fedi rappresentate nel Regno Unito».

Nel suo saggio Berger alterna osservazioni empiriche su episodi di vita con disquisizioni accademiche che partono dalle sue ricerche intellettuali di sociologo, secondo il quale ogni fatto sociale è il riflesso di una dimensione interiore dell’essere umano. Di qui la convinzione che anche a livello interiore nella persona esista un «pluralismo» tra parte credente e parte secolare. Del pluralismo religioso si deve occupare la politica. Secondo Berger due sono gli estremi da evitare: da un lato il relativismo che «indebolisce il consenso morale senza il quale nessuna società può sopravvivere», dall’altro il fondamentalismo, inteso come «sforzo per ristabilire la certezza minacciata». La strada da percorre è quella della convivencia ovvero «mantenendo e legittimando il terreno intermedio tra i due estremi». Per fare questo fondamentale è (secondo Berger) la garanzia della libertà religiosa: «Ci sono buone ragioni empiriche per essere favorevoli alla libertà religiosa nel contesto di uno stato religiosamente neutrale. La condizione umana è una situazione avvolta nel mistero. Pascal l’ha descritta come a metà strada tra “il nulla e l’infinito”. La libertà di coltivare il senso di meraviglia è un diritto umano fondamentale».

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