[SPECIALE PUGLISI.9/LA TESTIMONIANZA] «Io, suor Carolina Iavazzo, testimone dell’eredità di don Pino come stile di vita»

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Padre Pino Puglisi sarà proclamato Beato. Benedetto XVI ha, infatti, riconosciuto il fatto che l’esecuzione ordinata dai boss, e avvenuta il 15 settembre 1993 davanti alla parrocchia di San Gaetano, retta dal sacerdote, nel quartiere Brancaccio di Palermo,  fu «in odio alla fede»: questo esonera, ora, dalla necessità di provare un miracolo compiuto con l’intercessione del servo di Dio. Il riconoscimento del martirio, che il Papa ha decretato nell’udienza di qualche giorno fa al prefetto per le cause dei Santi, cardinale Angelo Amato, indica che la causa di beatificazione si è conclusa positivamente e che presto don Puglisi sarà elevato all’onore degli altari. Per la prima volta nella storia della Chiesa un uomo che ha sfi­dato apertamente la mafi­a, e che ha pagato con la vita il prezzo più alto per questo suo impegno in difesa della legalità sarebbe ora pronto a diventare Beato. 

Suor Carolina con gli operatori del centro "don Pino Puglisi" nella Locride.
Suor Carolina con gli operatori del centro “don Pino Puglisi” nella Locride.

Padre Puglisi è stato davvero un prete scomodo, che ha voluto portare il Vangelo fino alle estreme conseguenze. Voleva scuotere le coscienze. Lui era un prete che prima di tutto amava Dio fortemente ma trasformava questo amore di Dio in amore del prossimo. Spesso è definito prete antimafia ma è più giusto dire che era un prete che poneva un’alternativa alla mafia, concretamente, ciò che serve realmente più delle manifestazioni di piazza e dei cortei. Il suo impegno concreto ha dato fastidio alla mafia perché don Puglisi voleva promuovere non solo lo sviluppo spirituale e cristiano ma anche quello morale, umano. A volte io mi preoccupavo perché tanta gente nel quartiere Brancaccio non aveva ricevuto i sacramenti e dicevo: «Ma questa persona, a questa età, non ha ancora ricevuto il battesimo, la cresima….». Ma lui mi rispondeva di non preoccuparmi di questo perché prima bisogna costruire l’uomo, insegnare il rispetto di sé, dell’altro, perché se si vivono questi atteggiamenti il passo per incontrare Dio è breve. Padre Puglisi è un prete che si spoglia anche dall’idea spontanea e scontata di fare dell’altro un cristiano immediato.

 La storia degli ultimi anni di Puglisi è intrecciata con quella dei volti dei ragazzi e delle ragazze che hanno percorso le stesse strade del parroco di Brancaccio e che, in fondo al cuore, avevano ed hanno la stessa speranza e gli stessi desideri che inseguiva don Pino. Io li ho incontrati insieme a don Puglisi, li abbiamo amati e don Pino aveva scommesso su di loro per farne degli uomini liberi, leali che potessero camminare a testa alta e non abbassarla di fronte agli altri, non dovevano temere nessuno, perché gli altri, chi voleva il loro male, erano nessuno rispetto alla loro dignità, rispetto alla loro personalità e libertà. Padre Puglisi aveva su di loro un grande sogno: «renderli liberi» come dice Gesù nel Vangelo: «La verità vi farà liberi!» (Gv 8,31). I ragazzi di strada hanno una loro identità facilmente riconoscibile; sono i figli di nessuno, non hanno mete, non hanno maestri, non hanno modelli, hanno solo la strada, unica maestra del loro andare nella vita, spesso incosciente, e a volte ingenui perché non possono e non riescono a cogliere tutta la portata del male che incontrano sulla strada e che incombe su di loro. Per essi don Puglisi è morto, per loro ha dato la vita e li conosceva uno ad uno e con ciascuno di loro aveva un atteggiamento diverso, a tratti dolce, a tratti forte e irremovibile, secondo la persona che aveva davanti o la circostanza educativa che gli si presentava in quel momento: non agiva mai per impulso o per reazione istintiva.

 I ragazzi hanno bisogno di padri. Purtroppo mai come oggi i minori fanno esperienza di orfananza di madri e di padri e questa assenza incide terribilmente sul discorso dei modelli che oggi più di ieri  vengono a mancare. I figli degli “uomini d’onore” sono ragazzi come gli altri, li ho incontrati, li conosco, conosco il loro cuore e so il bisogno di amore e di attenzione che hanno nel cuore, la sete di valori anche quando li rinnegano e li tradiscono perché a loro volta anche loro sono stati traditi da qualcuno: dalla vita, dagli adulti, dai genitori, dagli educatori, spesso anche dalle agenzie educative che avrebbero avuto invece il ruolo di aiutarli nella vita. Vivere a contatto con i minori che presentano un disagio vuol dire arricchirsi di un qualcosa che magari i cosiddetti ragazzi sereni non ti offrono.

 

Padre Puglisi conosce il cuore dei giovani e vi innesta la speranza che è possibile cambiare, se si riesce a premere il bottone giusto si può risalire la china. I giovani ricadono e si perdono se non si è sperato abbastanza, se non si spera con loro e per loro. Padre Puglisi è un prete che ha scommesso con loro e per loro. Apparentemente sembra abbia perso la battaglia ma in realtà ha vinto perché non ha permesso agli “uomini d’onore” di poterlo sottomettere, di poterlo assoggettare al silenzio e alla omertà. Un coraggio, quello di padre Puglisi pagato con il sangue per dare vita a tanti ragazzi che hanno voglia di vivere come tutti gli altri. Spesso mi pongo una domanda? Ma io, noi, che facciamo per questi ragazzi? Le alternative a tutto questo dove sono? Come ci poniamo noi? Dov’è lo Stato? Dove sono i comuni? Dov’è la società? Dove sono le agenzie? Don Puglisi ha cercato di fare qualcosa creando il Centro “Padre nostro” a Brancaccio. Spesso era solo.  Chi crea alternative rischia di rimanere solo, spesso paga con la solitudine il prezzo del bene. Il messaggio che ci ha lasciato come educatori di strada è l’importanza di porsi come compagni di viaggio, più che maestri, nei confronti dei minori; provare lo stupore di quello che riescono a darti anche se per le nostre aspettative è sempre troppo poco. Padre Puglisi non si è mai aspettato i miracoli eppure era intransigente nell’educare, ma sapeva raccogliere le briciole degli sforzi come segni di speranza. Parlando del percorso educativo di padre Puglisi il nostro Vescovo sottolinea alcuni aspetti: «Educare, infatti, non è altro che passare dalle ferite alle feritoie». Una frase, imparata da Giovanni Paolo II, che mi ha molto aiutato nel mio cammino di prete e ora di Vescovo. Lungo strade e volti e storie di altrettanta durezza. Ho imparato a rafforzare nel mio cuore, imprimendo con chiarezza, il metodo di padre Pino Puglisi. Lui è partito dai più piccoli, dai ragazzi del quartiere, per due motivi decisivi. Perché li vedeva i più fragili, quelli maggiormente segnati nel volto e nel cuore dalla violenza dei grandi. Sono i ragazzi e i bambini le prime vittime della mafia! Sempre. Sia a Brancaccio come nella mia Diocesi di Locri-Gerace. I piccoli pagano e portano le colpe dei grandi. E allora, chi li ama, ne cura le ferite, arrivando fin nel cuore dei loro genitori, in un itinerario di intelligente strategia.

Suor Carolina
Suor Carolina Iavazzo

Io umilmente raccolgo la sua eredità come stile di vita e, insieme alla mia comunità, la Fraternità Buon Samaritano, e ad altri animatori laici stiamo cercando di continuarla nella Locride, dove i minori a rischio non sono pochi ma c’è bisogno di investire alla grande soprattutto come cuore, energia e speranza.

Per loro abbiamo avviato il centro di aggregazione chiamato appunto “Padre Puglisi”, luogo di crescita umana e cristiana dove offriamo percorsi educativi alternativi alla mafia e alla illegalità diffusa. I frutti del martirio di don Pino hanno così raggiunto questa terra di Calabria, benedetta da Dio. Dice un autore: «C’è qualcosa di meraviglioso nell’incontro degli uomini nella vita. L’incontro in cui gli uomini non passano semplicemente gli uni accanto agli altri o fanno soltanto un breve tratto di strada insieme, non è mai un puro caso. Possono venire in mente buoni pensieri, ai quali non si sarebbe mai pensato; si possono compiere azioni, e non le peggiori, che non si compirebbero mai se non si fosse incontrata una data persona, sperimentando la sua amicizia e il suo amore». (Ebner)

Suor Carolina Iavazzo
(Suor Carolina ha lavorato per tre anni a fianco di don Pino Puglisi nel quartiere Brancaccio e nel centro da lui fondato. Ora vive e lavora presso il centro “don Puglisi” di Bovalino, in provincia di Reggio Calabria)

(© La riproduzione dei testi e delle foto dell’intero Speciale per don Puglisi è severamente vietata)

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