[DAL GIORNALE] Avvento, tempo che accende nei credenti una speranza viva e concreta

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 Nel ritmo dell’anno liturgico, l’Avvento è il tempo che più di ogni altro accende nel cuore dei credenti una speranza viva e concreta. È l’inizio di un cammino, l’apertura di un tempo nuovo, l’alba che precede la luce del Natale. La liturgia, sin dalla prima domenica, sottolinea questo tempo come un tempo di vigilanza, di desiderio e di promessa, e spesso una parola che risuona nelle nostre assemblee è: Maranathà!. Questa parola aramaica Marana thà che troviamo in 1Cor 16,22 a seconda di come viene pronunciata, questo invocativo aramaico assume sfumature teologiche diverse: Maranā tha’, cioè “Vieni, Signore!”, esprime il desiderio vivo e struggente di una Chiesa che sente il bisogno della presenza di Dio e tende verso un compimento ancora non pienamente manifestato; Maran athà, invece, significa “Il Signore viene” o “Il Signore è venuto” e afferma la certezza di una presenza già all’opera nella storia, una luce che trapassa le fessure del nostro quotidiano.

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L’Avvento è quindi un tempo doppio, sospeso tra invocazione e riconoscimento, tra nostalgia e consolazione. È come una breccia che si apre nella notte, una manciata di luce che non serve ad abbagliare ma a risvegliare, a spingere ogni cielo nero più in alto. Quando diciamo “Vieni, Signore!”, riconosciamo che ci manca qualcosa — anzi, qualcuno — e che l’attesa non è un vuoto, ma uno spazio che si riempie di presenza; è l’attesa che si veste di un avvicinarsi silenzioso, come un grembo che custodisce una promessa. La Scrittura e la vita ci insegnano che attendere è il verbo dell’amore: ogni creatura attende, dal grano alle pietre, e tutta la creazione vive protesa verso un Dio che deve continuamente nascere dentro di noi.

Ma allo stesso tempo, l’Avvento è certezza che Dio è già in cammino: Egli viene nei piccoli gesti dei cuori puri, nelle attenzioni improvvise di chi ci è vicino, nella delicatezza delle relazioni sincere. È una presenza discreta, riconoscibile solo da chi vive con attenzione e non si lascia catturare dalla superficialità che appesantisce il cuore; nei passi sommessi della quotidianità si può ascoltare l’eco del suo venire. Per questo l’Avvento diventa anche un invito ad alzare il capo, a vivere una vita verticale, a guardare in profondità per scoprire che la storia non va in frantumi nel nulla, perché oltre il muro nero delle nostre paure c’è un Dio esperto d’amore. In filigrana ai nostri giorni, dietro le sconfitte e le ceneri delle fatiche, si intravede un progetto buono che ci precede. In questa tensione tra il “Vieni!” e il “È già venuto” si concentra tutto il mistero dell’Avvento: un Dio che si fa vicino e un uomo che si lascia raggiungere.

In questo anno giubilare, poi, l’Avvento assume una tonalità ancora più luminosa: il Giubileo è il tempo in cui Dio riapre sentieri interrotti, scioglie legami di paura, restituisce libertà e dignità a ciò che sembrava perduto. L’Avvento, vissuto dentro il Giubileo, diventa così un laboratorio di speranza concreta, un’occasione per riconoscere che non siamo prigionieri del nostro passato e nemmeno delle ombre di questo tempo. Così comprendiamo che l’Incarnazione non è finita, perché ogni giorno può essere il nostro Natale: Dio nasce per far nascere anche noi. Marana thà/Maran athà: tu già vieni. Un solo termine che abbraccia il senso intero della nostra fede: Il Signore è venuto e tornerà! 

don Daniele La Porta
Condirettore Ufficio liturgico diocesano

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