[LA RIFLESSIONE] Referendum: per i cittadini stranieri in Italia una conquista decisiva

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«Sono nata in Italia, mi sono sempre sentita italiana e non conosco una parola di rumeno, ma l’iter per la cittadinanza è stato umiliante. (…) Non è stata certo una bella avventura, ma sicuramente per altri la trafila è ancora peggiore e ancora più umiliante. Intanto l’8 giugno andrò a votare, ancora più consapevole e convinta, soprattutto per il quesito sulla cittadinanza!». Come Alina (la sua testimonianza completa si può leggere qui) sono un milione e quattrocento mila i cittadini stranieri, secondo i dati del Centro Studi e Ricerche Idos, che si sentono italiani ma non lo sono ufficialmente e che decidono di diventarlo al compimento dei 18 anni per poter votare e partecipare alla vita civile del proprio Paese. In caso di approvazione del referendum dell’8 e 9 giugno prossimo, acquisirebbero il diritto a richiedere la cittadinanza italiana in tempi più brevi di quelli attuali con la riduzione da 10 a 5 anni di residenza legale in Italia, necessari per avanzare la domanda di cittadinanza italiana.

Una modifica che rappresenterebbe una conquista decisiva per la vita di molti cittadini di origine straniera che nel nostro Paese, non solo nascono e crescono, ma vi abitano, lavorano e contribuiscono alla sua crescita.  Partecipare agevolmente a percorsi di studio all’estero, rappresentare l’Italia nelle competizioni sportive senza restrizioni, poter votare, poter partecipare a concorsi pubblici come tutti gli altri cittadini italiani. Diritti oggi negati.

«Non si può lasciare fuori dalla città chi lavora, studia, si sposa, ha un figlio in Italia. Una città per vivere non può escludere, ma accogliere le persone che provengono da un altro Paese, facendole sentire effettivamente un bene per la città, cittadini e cittadine. (…) Nel corso della storia, il ritardo della cittadinanza o addirittura la mancanza della cittadinanza ha significato mancanza di libertà, schiavitù, precarietà, discriminazione. Oggi il ritardo della cittadinanza rischia di indebolire quella “uguaglianza sostanziale” delle persone affermata dall’art. 3 della Costituzione (così recita: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese). È un atto d’amore alle nostre città, che potranno rinascere e vedere più coesione sociale solo attraverso nuovi cittadini, non da subito, alla nascita (jus soli) – come avremmo voluto – ma aspettando solo cinque anni. (Monsignor Giancarlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes nel servizio “La Chiesa è per la cittadinanza” su L’Unità l’8 maggio 2025 che ha ripubblicato integralmente l’editoriale scritto per Migranti Press).

Suor Alessandra Martin
Direttrice Ufficio diocesano per le migrazioni e la mobilità umana

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