[SPECIALE PASQUA/3] Venerdì Santo, il Cristo è morto: O crux spes unica! (O croce unica speranza)

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Oggi Gesù pronuncia il suo Amen attraverso una martyría un amen che dice sì anche alla morte “per mano degli uomini che egli stesso creò”; la sua testimonianza perseverante non è venuta meno, non ha conosciuto contraddizione nemmeno nella sofferenza e nella prova. Nella croce, altro segno tanto scarno quanto efficace, vediamo il talamo dell’amore che viene consumato, la risposta di senso a tutte le nostre domande. La sua immagine richiama alla memoria la visione di Giacobbe raccontata nel libro della Genesi: «Una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa». Nella croce sulla quale volontariamente Gesù si è lasciato immolare, il mistero è più grande: la croce è l’albero sublime che ha congiunto la terra con il cielo, è il luogo amoroso dell’appuntamento tra il Padre e il Figlio suo, Colui del quale Egli si compiace. La croce di Gesù, dunque, non è esperienza di fallimento… è, invece, il compimento della missione affidatagli dal Padre, il luogo benedetto del duello combattuto tra la vita e la morte, tra il Bene ed il Male, il luogo della vittoria di Cristo.

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La Passione secondo Giovanni ci parla dello spessore del combattimento di Gesù all’interno di questo duello. La sua “agonia” nel significato letterale di “lotta” è il prezzo dello “strabiliante commercio” con cui Cristo ha pagato il nostro acquisto: “era di noi ciò per cui morì, sarà di Lui ciò per cui vivremo”. All’inizio della Passione, al di là del torrente Cedron, appaiono subito Giuda il traditore, e la sua scorta, un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dalle autorità religiose. È significativo che Gesù dà a Giuda che viene a catturarlo una risposta, composta da una domanda e da una breve affermazione. Chiede a Giuda e agli altri: «Chi cercate?». E quando essi replicano: «Gesù, il Nazareno», Gesù stesso ha una sola parola da dire: «Egó eimi», «Io sono». Giuda ed i soldati non fanno fatica perché Gesù non scappa, non si difende, non chiede spiegazioni né il motivo della cattura, Gesù, semplicemente, dice la propria identità – indicando il santo Nome del Signore – e si consegna.

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Tutti si disperdono, ma da lontano Gesù è seguito da Pietro e da un altro discepolo. Pietro viene riconosciuto dalla portinaia del Sommo Sacerdote come uno dei discepoli di Gesù ed egli risponde con la negazione della propria identità: «Ouk eimí», «Non lo sono». La fragilità di Pietro si contrappone alla forza di Gesù, che invece aveva risposto: «Egó eimi», «Io sono, sono io». Ecco il mancato riconoscimento di Gesù, il mancato riconoscimento di colui che era stato il suo Maestro e Signore. La “roccia” su cui Gesù aveva voluto edificare la sua comunità, nega di conoscerlo: l’apostolo ha perso la sua identità. Gesù si lascia condannare da un tribunale di menzogna, il suo processo è una farsa… il male è furioso ed ha accecato gli occhi e le coscienze degli uomini ma, l’agnello è pronto per l’olocausto! Ecco “l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”!. Con questa frase l’evangelista Giovanni rimanda alla vittima sacrificale delle liturgie ebraiche, a quell’agnello immolato a cui non veniva spezzato alcun osso (cfr. Es 12,46) e il cui sangue asperso sulle architravi delle porte delle case ebraiche preservava gli abitanti dallo sterminio dell’ultima piaga d’Egitto (cfr. Es 12,22-23). Non a caso Giovanni ricorderà come neanche a Gesù non verrà spezzato nessun osso (cfr. Gv 19,31-33).

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Tutti i riti sacrificali ebraici erano un piccolo e lontano segno di quella Vittima Divina che volontariamente si è lasciata inchiodare alla croce, ma in particolare uno dei riti ebraici più importanti ci aiuta a comprendere cosa si realizza in quest’Uomo torturato e appeso ad un legno, si tratta del rito del Kippur cioè rito dell’espiazione (cfr. Lv 16). Una volta l’anno il sommo sacerdote eseguiva questo rito: presi due agnelli, su di uno il Sommo Sacerdote imponeva le mani dicendo su di esso i peccati di tutto il popolo e poi questo agnello veniva condotto nel deserto e condannato a vagarvi portando simbolicamente su di sé i peccati del popolo. L’altro agnello del Kippur veniva invece immolato e il sommo sacerdote con il sangue di esso entrava nella parte più santa del Tempio, il “Santo dei Santi” dove veniva conservata l’arca dell’alleanza attraversando un “velo”, una spessa tenda che anch’essa veniva bagnata dal sangue dell’agnello immolato (cfr. Lv 16,20).

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Gesù, l’Uomo sfigurato e abbruttito, tanto da non sembrare più neppure un uomo (cfr. Is 53,2-3) è dunque veramente “l’Agnello di Dio venuto a togliere i peccati del mondo”, è Lui quell’agnello condannato dal sommo sacerdote a vagare nel deserto portando su di sé i peccati del popolo. Ciò che nell’agnello del rituale era solo un simbolismo e una profezia, in Gesù, vero “Agnello immolato”, si realizza nella pienezza: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio». Ecco la situazione paradossale che Satana non prevedeva, al momento stesso in cui Gesù è innalzato sulla croce finisce il dominio del principe di questo mondo, viene annientata la sua forza: nel sangue del Figlio l’uomo è salvato e redento. In cruce latébat sola Déitas, Sulla croce era nascosta la sola divinità … e sotto la croce, nell’ora della morte, Gesù vede sua madre e il discepolo che lui amava. Ci sono solamente loro, ma in loro Gesù vede tutta la sua comunità. Loro rappresentano anche gli altri che sono fuggiti per paura, e Gesù consegna alla sua comunità dispersa il mandato della maternità, la capacità di generare credenti: «“Donna, ecco tuo figlio!”, poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sè»… l’accolse eis tà ídia, tra le proprie cose, le cose che gli appartenevano come un tesoro. Il discepolo amato di Gesù sa di ricevere l’eredità più preziosa, sa di avere tra le mani il tesoro della Chiesa da custodire… di amare e servire il dono che sta tra ‘le cose più care’ di Dio.

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Le ultime parole di Gesù in croce sono la sintesi del suo dialogo amoroso con il Padre. Gesù è crocifisso, è allo spasimo dal dolore, ma dalla croce prega dicendo: «Ho sete». Questa frase in realtà ricorda in ebraico un versetto del Salmo 42: «Il mio essere ha sete del Dio vivente». Ecco la sete di Gesù… non ha bisogno di ristorarsi con dell’acqua, ma come cerva anela alla fonte del volto di Dio. Ecco ciò di cui era assetata tutta la sua vita, ecco di Chi aveva bisogno negli ultimi istanti. Tra i tormenti ed il respiro corto Gesù dichiara di aver sete di Dio, sete della sua misericordia e ancora, in un atto davvero eucaristico, grida: «È compiuto», tutto è giunto al compimento, «consummatum est». «E’ compiuto!»: questo è un grido di gioia, è un grido di eucaristia, è un grido di benedizione, è un grido di vittoria. Oggi è sospeso su un legno Colui che sospese la terra sopra le acque./Viene cinto di una corona di spine il Re degli angeli./Viene rivestito di una falsa porpora Colui che riveste il cielo di nubi./Riceve schiaffi Colui che ha liberato Adamo nel Giordano,/è perforato da chiodi lo Sposo della Chiesa,/è trafitto da lancia il Figlio della Vergine./Adoriamo le tue sofferenze, o Cristo./Mostraci anche la tua gloriosa Resurrezione.

Le clarisse del Monastero Sacro Cuore di Alcamo

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(La quarta puntata sarà online sabato 4 aprile, alle ore 7)

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