Carissimi, ci sono pagine della Scrittura che non solo ci istruiscono, ma ci accarezzano l’anima. Ci sono parole che non si spiegano soltanto, ma si ascoltano con il cuore, come si ascolta il vento che scuote gli alberi o il silenzio che riempie una chiesa vuota. Oggi la Liturgia della Parola ci parla di preghiera, ma non come di un dovere. La preghiera, per la Scrittura, è un respiro d’amore tra l’uomo e Dio, un dialogo fragile ma tenace, una fiamma che resta accesa anche quando la notte è lunga.
La prima lettura, tratta dal libro della Genesi, ci narra di Abramo che si fa voce per una città perduta. La sua intercessione è come un bambino che non smette di tirare la manica alla madre: «E se fossero Cinquanta? Quaranta? Trenta? Venti?». Non è contrattazione, è speranza che non si arrende. È come dire: “Dio, non ti arrendere all’uomo. Anche dove tutto sembra marcio, cerca ancora un seme di bene.” E Dio ascolta. Non solo ascolta: accetta di lasciarsi cambiare dal cuore dell’uomo. Questo è il mistero: Dio, l’Eterno, si lascia toccare dal desiderio di salvezza che nasce in ogni cuore umano. Il salmista canta: «Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto». E noi, ognuno a modo suo, potremmo aggiungere il proprio versetto: “Nel giorno in cui non vedevo via d’uscita… Nel giorno in cui la notte sembrava più lunga del solito… Nel giorno in cui avevo solo lacrime e silenzi…Tu hai risposto”.
Dio non è sordo. Anche quando tace, ascolta dal profondo, come chi raccoglie le lacrime in una coppa invisibile, una per una. La pagina Evangelica ci mostra proprio come Dio, tramite il suo Figlio, ascolta le nostre preghiere. Gesù non ci lascia orfani nel deserto della vita. Ci insegna a dire “Padre”: parola dolce, parola tenera, parola che scioglie i nodi del cuore. Un Padre che non si stanca di aspettarci, anche quando smettiamo di cercarlo. E ci insegna a chiedere non il superfluo, ma il pane vero, quello di ogni giorno, quello che sazia il corpo e accende l’anima. E ancora: il perdono, che è l’unico modo per rinascere davvero. E infine ci fa una promessa: «Il Padre vostro darà lo Spirito Santo». Non oro né successo, ma il soffio eterno, il respiro di Dio. Come vento leggero sul volto, come fuoco che non brucia ma purifica, lo Spirito viene. A chi lo chiede. A chi si apre.
L’apostolo Paolo ci ricorda che c’era un tempo in cui eravamo schiavi. Schiavi dei nostri fallimenti, dei peccati non confessati, dei pensieri che ci accusano. Ma Cristo – dice Paolo – ha preso tutto il nostro peccato e lo ha inchiodato alla croce. Lì, su quel legno, è morto anche il nostro passato. E da lì è sgorgata una libertà nuova, come un fiume che lava e rinnova. Carissimi, oggi siamo chiamati a capire che la preghiera non è magia, ma relazione; non è un dovere ma una forza di salvezza. Non serve a far cambiare idea a Dio, ma a far cambiare il nostro cuore. La preghiera, quando è vera, fa nascere in noi lo Spirito, ci fa più misericordiosi, più umili, più capaci di perdonare.
Abramo pregava per Sodoma. Gesù pregava per noi. Chi pregherà per questo mondo ferito? Anche noi, siamo chiamati come Abramo ad intercedere per il mondo, per le città ferite, per chi ha smarrito la strada. La Liturgia della Parola di questa Domenica ci insegna che come il salmista, possiamo ringraziare perché Dio risponde. Come Gesù ci insegna, possiamo chiedere con fiducia ciò di cui abbiamo davvero bisogno. E come Paolo ci ricorda, possiamo farlo nella libertà dei figli, perché in Cristo siamo perdonati. Che lo Spirito ci insegni a pregare così: con le mani aperte, con il cuore fiducioso, e con l’amore che non si arrende mai. Amen.
don Daniele La Porta


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