[LA MISSIONE] Roberto Rapisarda: «Io, carabiniere e missionario, vi racconto gli immigrati» – “LIBRI D’A…MARE”

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L’immigrato è anche un emi­grato, che sta affrontando quello che è stato de­finito un “trauma migratorio”. Così Mariella Spoto scrive nella prefazione di “Vite Annegate”, il libro del maresciallo dell’Arma Roberto Rapisarda che sarà presentato domenica 5 maggio alle ore 21 nell’atrio del palazzo vescovile di Mazara del Vallo, come secondo appuntamento della rassegna “Libri d’a…mare” organizzata dal Cemsi, con la collaborazione di Libridine e dell’associazione culturale “Amici di Michele Napoli” di Marsala. Nel salotto allestito nell’atrio Rapisarda converserà con Maria Pia Sammartano. Quello di Roberto Rapisarda è un rapporto davvero particolare con gli immigrati, nonostante il suo lavoro.

Roberto Rapisarda coi bambini in Tanzania.
Roberto Rapisarda coi bambini in Tanzania.

«Ricordo che già nei primi anni ‘80 ancora studente, nel periodo estivo, si andava nella lunga è splendida spiaggia della frazione Fondachello del comune di Mascali, nel Catanese, dove i bagni di sole, venivano in qualche occasione interrotti dai vucumprà di colore. È bello ricordare come l’approccio per il commercio dei prodotti, di fatto, diventava motivo di comunione fraterna. L’immigrato spesso si sedeva con noi ragazzi raccontando la propria storia, si divideva il panino tutt’insieme ed era anche motivo di scambio linguistico di alcuni vocaboli di uso comune. In particolare uno di loro, Mustafha, originario del Marocco, l’ho rivisto lo scorso anno nel comune di Riposto. Incredibile incontrarlo dopo circa 32 anni. Eppure è successo».

Il maresciallo Roberto Rapisarda con i bambini africani durante una sua missione umanitaria.
Il maresciallo Roberto Rapisarda con i bambini africani durante una sua missione umanitaria.

A Lampedusa, dove Roberto Rapisarda è stato per sette anni maresciallo della locale stazione, ha toccato con mano, la sofferenza umana, quella vera, quella che non immagini nemmeno possa esistere. «Il cittadino che vive l’intera sua esistenza in un’isola, quale appunto Lampedusa, beneficia senz’altro del fatto che la sua terra è inevitabilmente meno inquinata da tutti quei fenomeni negativi che invece, contaminano le nostre “moderne” città. Ma quando poi oltre a vivere in un’isola in mezzo al mare, sei anche un pescatore e passi gran parte della tua vita al centro del Mediterraneo, lontano anche dalla tua isoletta, ecco allora che quei fenomeni negativi, puoi non conoscerli del tutto e mantenere un animo assolutamente lindo. È questo il tipo di lampedusano che io conosco. Gente discreta, semplice, dai comportamenti umili, saggia in alcuni casi, di non comune generosità e con un elevato senso di amor di Patria».

I bambini in Tanzania coi quali è stato insieme il maresciallo Rapisarda.
I bambini in Tanzania coi quali è stato insieme il maresciallo Rapisarda.

Ma chi è Roberto Rapisarda oltre quella divisa che indossa tutti i giorni? Il maresciallo autore di “Vite Annegate” è stato anche protagonista di missioni umanitarie nei Paesi poveri dell’Africa. Una delle sue ultime missioni diciassette giorni a Mbweni, poverissimo villaggio situato a Nord di Dar Es Salaam, ex capitale della Tanzania. Come volontario ha dato il suo contributo a favore di 104 bambini orfani ospiti del Villaggio della Gioia. «È indescrivibile l’emozione che si prova nel vedere quei bambini felici sebbene siano così poveri – spiega Rapisarda – da non possedere altro che una collanina del Santo Rosario in plastica, loro donata all’atto del battesimo. Come descrivere l’emozione che si prova nel vederli sorridere per il solo fatto di aver appena ricevuto 4 biscotti secchi. E come descrivere la gioia che si prova nel vederli pregare, cantare, ricambiare l’affetto del loro grande papà Padre Fulgenzio. È tutto bellissimo e lontano dalla nostra cultura, se di cultura si può parlare, dal momento che noi occidentali, non siamo più capaci di gioire delle cose semplici». Ed ancora Rapisarda: «L’Africa ha bisogno di tutti noi e noi dei nostri fratelli africani, oggi più che mai per risolvere in parte, gli attuali problemi internazionali. Semplicemente perché l’uomo ha bisogno dell’uomo. Per esempio per risolvere il problema dell’immigrazione non bisogna pensare e chiamare l’uomo profugo, clandestino, rifugiato, poveraccio, disperato, ma bisogna iniziare a pensare a quelle persone con umiltà, solidarietà e carità trattandole da esseri umani. L’unico modo giusto di chiamarli».

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